Ostetricia a fumetti

Ostetricia a fumetti

Quando un’ostetrica ha la passione per l’informazione efficace e si mette al lavoro con un disegnatore arguto…nascono cose incredibili.

In regalo qui per voi “Una decisione travagliata”, il primo episodio di Bas&Bat: i supereroi dell’assistenza al parto evidence based.

Una calma mattina d’autunno al parco…una mamma riflette ad alta voce sul suo parto dopo un pregresso cesareo…

Questo fumetto è realizzato da Giulia Bagnacani e Manuel Masini:

Giulia è ostetrica dal 2005 e lavora in ospedale a Reggio Emilia dal 2007 occupandosi non solo di assistere le donne in sala parto ma anche a domicilio grazie al servizio pubblico di assistenza al parto in casa presente nella realtà reggiana. È Referente Certificata Il Parto Positivo. Ha lavorato diversi mesi in Afghanistan, Repubblica Centroafricana e in mezzo al mare Mediterraneo con le donne migranti. 

Per contattare Giulia Bagnacani: aguanteelperron@gmail.com

Manuel, nato a Reggio Emilia, si occupa di educazione e sociale, da sempre interessato di disegno e fumetti, pratica queste sue passioni appena possibile.

Per contattare Manuel Masini: manuel.masini.41@gmail.com

Messaggi da dentro la pancia da parte di chi si ferma un momento.

Messaggi da dentro la pancia da parte di chi si ferma un momento.

A volte morbidi come volute di fumo altre volte secchi come sassolini alla finestra: i messaggi che arrivano da dentro la pancia raggiungono le proprietarie della pancia nei modi più trasversali e inaspettati. A quelli più precisi che misurabili si tende ad attaccarsi con la tenacia di un naufrago: con il mare che cambia non solo intorno ma anche dentro, trovare boe concrete di coordinate precise e dati certi, è piuttosto rassicurante. Purché si sappia che c’è un lato della vicenda che non si misurerà mai. C’è una parte della relazione al dato destinata a sfuggire per sempre la misura. Una sfumatura soggettiva che appartiene al bambino e solo a lui, inafferrabile e indescrivibile; certamente indimostrabile. Non per questo meno possibile.

È il paradosso del “crescere”, questo verbo tanto transitivo quanto intransitivo. I genitori crescono i loro figli. Che però crescono.

Il paradosso impossibile di crescere un bambino che cresce. Lì nel mezzo c’è quello che fanno i genitori. Vale per tutta la vita, dall’utero all’università, e oltre anche se su un filo diverso e sempre più sottile. Un crescere che dipende ma non dipende mai solamente.

Le mamme in attesa crescono figli in modo fisico come mai più: con i loro corpi, l’ossigeno che respirano e il cibo che ingeriscono. Ma anche i pensieri che pensano e le emozioni che provano, voci interiori che vie chimiche fanno risuonare nel bambino. Quel crescerlo però, anche se così potentemente corporeo, arriva fino a un certo punto: è comunque il bambino a crescere.

Sfugge la misura ed il controllo, scarta ogni determinismo, non dice. Fa. E, a volte, il fare è fermarsi.

“Ehi voi là fuori, non potete misurare tutto: di certo non la paura che mi fa questo crescere e prepararmi a uscire in quel mondo che, a giudicare da quel che mi fate sentire, francamente non pare mica poi così attraente…lasciatemi qui un attimo, a farmi coraggio!”

“Mamma, mi fermo a raccogliere energie. Abbi pazienza, crescere è così faticoso…mi fermo a fare una pausa!”

“La tensione contrae. Per espandersi serve fidarsi e affidarsi. Adesso mi fido… sì ok sto per fidarmi… mi fido.. ehm…ci sono quasi…ancora un attimo e mi fido…manca poco…”

“Ma che dite che non cresco?? Non ci sono mica solo i centimetri e i grammi! Certo sono importanti, ma datemi un attimo per fare anche il resto, quel che non si misura ma che mi servirà parecchio per essere umano davvero. Sono cresciuto un sacco questa settimana, solo che voi là fuori non potete vederlo…Adesso torno ad aumentare i grammi e i centimetri così lo vedete e vi rassicurate!”

“Ma c’avete un bel preoccuparvi. Oh, sono il discendente del trisnonno Alberico, avete presente? Quello coi baffi nel quadro degli antenati? Eh, lui. Non era certo uno che faceva le cose di fretta! Placido e anche un po’ timido, ma molto saggio. Se avesse fatto le cose in modo affrettato col cavolo che vi lasciava tutta quell’eredità. Ecco, io ho preso da lui, abituatevi (e ho già deciso che mi farò pure crescere i baffoni come lui appena possibile!). Che poi, voi non lo sapete, ma lui aveva preso dal suo trisavolo che era pure peggio, infatti faceva il poeta. Io faccio con calma, molta calma, ho i miei tempi per fare tutto (con tanti auguri a chi si occuperà di farmi mettere le scarpe per uscire). E adesso, su, quanta fretta avete! Con calma, mi muovo…”

“Ok, sono cresciuto meno della volta scorsa. Ma non sono mica stato qui con le mani in mano! Cioè, no, a dire il vero un po’ sì. Il fatto è che le energie che sarebbero potute andare ad aumentare il mio volume le ho usate tutte per esplorare a fondo questi cosini prodigiosi che ho appena scoperto muoversi qui davanti a me.  Si muovono tutti in modi diversi! Succhiarli è una goduria… Ecco, spero di portarli fuori con me quando nascerò perché hanno l’aria di poter tornare utili.”

            “Qui ci sono io. Proprio io, non un altro, nessun altro. Di tutte le possibili combinazioni -ed erano veramente veramente tante- vi è capitata proprio quella che fa me. È pazzesco no?? No veramente: io sono un’unicità irripetibile mai ripetuta prima e che mai si ripeterà nella storia dell’umanità! Io sono proprio io, come voi siete proprio voi: non altri, nessun altri. Wow! Nessuna misura, nessun voto, nessuna taglia, mai potrà contenere, meno che mai definire o spiegare, un’unicità individuale così assoluta come questo me che sono già, sempre e solo io.”

Questo articolo è comparso per la prima volta sul numero 112 “L’accrescimento fetale” di DeD, la rivista per donne e ostetriche diretta da Verena Schmid. Per abbonamenti o numeri arretrati visita il sito di Seao Edizioni.

Nati morti e Covid19. Lettera aperta a Repubblica.

Nati morti e Covid19. Lettera aperta a Repubblica.

Il 14 Novembre scorso La Repubblica pubblicava su Instagram un’infografica per riassumere uno studio retrospettivo che comparava eventi perinatali in Marzo-Maggio 2020 con eventi perinatali nello stesso periodo di un anno prima. A nostro parere si è persa l’occasione di fare informazione accurata e utile.

Il canale dei social media è necessariamente sintetico e immediato, ma non è un mezzo meno importante per fare buon giornalismo e contribuire in modo costruttivo a riflessione e azione collettiva. Un giornalismo di qualità impone di scegliere con cura cosa si mette a disposizione del pubblico e in che forma, anche e soprattutto se lo si fa al di fuori della carta stampata: dove raggiunge un numero altissimo di persone in forma molto diretta e senza filtri. 

Accuratezza:

I dati significativi riportati sono i seguenti:

  1. L’aumento dei nati morti
  2. La diminuzione dei parti nel tardo pre-termine

Le interpretazioni date dagli scienziati e basate sul loro intuito informato, ma NON su dati concreti sono le seguenti:

  1. Meno visite durante in gravidanza sarebbero alla base dell’aumento dei nati morti
  2. L’aumento di riposo e di igiene durante il lockdown avrebbero favorito la diminuzione dei parti pre-termine.

Scegliere un solo dato su due può far parte di una strategia giornalistica valida (se la scelta è fatta sulla base dell’utilità pubblica e non del potenziale impatto emotivo), ma presentare l’interpretazione del dato come un fatto, e piazzarla in prima posizione equivale a travisare grossolanamente la realtà. In effetti si presenta come il dato principale di uno studio quello che è dichiaratamente un’opinione degli autori.

Non serve essere giornalisti per sapere che è impossibile descrivere i fatti come sono: l’osservatore porta con sé un numero di pregiudizi e parzialità delle quali non può essere consapevole. Però è importante che il giornalista si metta la mano sul cuore e che ci provi davvero, a descrivere oggettivamente la realtà: soprattutto quando sta comunicando dati e non scrivendo un editoriale di opinione.

Utilità:

Ci sono modi di comunicare le notizie che possono essere utili a far vendere più copie/aumentare le condivisioni e i like. Ci sono modi di comunicare le notizie che possono essere utili a chi le legge. L’articolo di de Curtis e colleghi può essere usato per fare sensazionalismo o per incoraggiare le mamme a riposare a fine gravidanza e a presentarsi ai controlli di routine. Pensiamo (speriamo!) di sapere da che parte si schiera La Repubblica, e quindi ci permettiamo di segnalare che, in questo caso, è stato fatto un grosso scivolone. È mancata sia la considerazione dell’interlocutore che la cura nella comunicazione: il tutto in un periodo particolarmente delicato per l’equilibrio emotivo di tanti come la gravidanza, e pure in pandemia.

Conoscenza dell’interlocutore:

La categoria per cui l’informazione riportata ha il potenziale di essere più utile è quella delle donne gravide (o che desiderano esserlo). Non serve essere ostetriche né psicologi per sapere che le mamme in attesa sono caratterizzate da un insieme di vulnerabilità e potenziale eccezionali. Il modo in cui le informazioni su travaglio, parto, e puerperio vengono comunicate gioca un ruolo cruciale su come gli eventi sulla genitorialità vengono vissuti (dalle visite in gravidanza, alle scelte relative al parto, a comportamenti nel puerperio e oltre).

La stratificazione e insinuazione di emozioni di paura (“Il mio bambino potrebbe morire?”), rabbia/frustrazione (“Maledetto covid-19!”), e colpa (“Avrei dovuto andare a quella visita!”), hanno un alto potenziale di generare forme più o meno prolungate di stress. Sappiamo fin troppo bene che ansia e stress hanno effetti molto concreti sul benessere del feto, della mamma e sulla fisiologia del parto.

Associare la parola “nascita” alla parola “morte” sarebbe importante, in un contesto articolato e favorevole alla necessaria rottura di tabù sul tema della natimortalità. Può invece produrre un effetto di trauma, se non è fatto con accuratezza e con la cura di essere utili.

Al contempo, l’informazione dell’aumento dei nati morti può davvero essere utile se ha per risultato quello di incoraggiare la mamma a presentarsi alle visite raccomandate (se prendiamo per buone le opinioni di de Curtis e colleghi) nonostante il timore di contrarre il virus.

Utilizzare la paura (“Triplicato il numero di bambini nati morti”) per incoraggiare è un ossimoro di per sé, ma ha conseguenze particolarmente gravi se gli “effetti collaterali” sono un aumento dell’ansia e dello stress in gravidanza, con tutto ciò che ne consegue a livello psicofisico per una donna gravida.

Ricerca dell’oggettività e cura

Sulla base di queste riflessioni, incoraggiamo quindi i giornalisti de La Repubblica a

  1. Provare davvero a discriminare fra fatti e opinioni (e francamente non c’è luogo più facile per individuare i fatti che in un articolo scientifico)
  2. Accertarsi della validità dei fatti individuati (la validità metodologica dello studio in questione è messa in discussione ad esempio qui dalla Dottoressa Claudia Ravaldi di CiaoLapo Onlus)
  3. Definirne il limite (in questo caso, la regione Lazio) entro cui tali dati sembrano essere validi.
  4. Mettere i fatti al servizio dei lettori, in primis di quelli che si vogliono influenzare positivamente.

Una proposta alternativa di comunicazione accurata e utile dello stesso articolo potrebbe essere la seguente:

“Lockdown in Lazio: Diminuiti di 1/3 i pre-maturi. Natimortalità a 3%.

Riposo e visite di routine aiuterebbero a proteggere il bambino.”

Oppure semplicemente:

“Lockdown in Lazio: Natimortalità a 3%. Nascite pre-mature in forte calo.”

Oppure, per focalizzarsi esplicitamente sulle opinioni e le incitazioni utili:

“L’opinione degli scienziati: Riposo e visite raccomandate per proteggere il feto. Anche in pandemia”

Oppure

“Lazio: L’ospedale rimane una risorsa per mamme e bambini. Anche in tempo di SARS-CoV-2”

Riassumendo, una comunicazione accurata e al servizio dei lettori è possible. E dovrebbe essere normale. Anche nel 2020.

Lettera inviata da Il Parto Positivo, grazie all’attenzione e al lavoro delle Referenti Certificate Giulia Bagnacani (ostetrica) e Sara lo Scocco (psicologa e mamma).

Neonati in movimento: pratica e perfezione

Neonati in movimento: pratica e perfezione

#Freshfromthelab: la nostra rubrica che vi porta le ultimissime notizie sulla scienza dello sviluppo, direttamente dal Centre for Brain and Cognitive Development!

Questo mese vi parliamo del lavoro della Professoressa Karen Adolf su come i neonati sviluppano e acquisiscono abilità motorie.

I bambini si muovono. Si agitano, si dimenano, scalciano. E il fatto che facciano queste cose ancor prima di nascere, ci fa capire il ruolo fondamentale che il movimento ha nello sviluppo. La Professoressa Adolf, dal dipartimento di psicologia della New York University, ci spiega che il movimento è la base (di partenza) di un apprendimento più ampio. Permette ai neonati di esplorare il proprio ambiente quotidiano e procura nuove opportunità di percezione, cognizione e interazione sociale.

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Sin dal giorno in cui nascono, i bambini crescono ad una velocità straordinaria. Durante il primo anno di vita, crescono di 25 centimetri in media e il loro peso (dalla nascita) triplica. Per stare al passo con questo corpo che cambia così rapidamente, c’è bisogno di molta flessibilità comportamentale. Acquisire una tale flessibilità inoltre è utile per riuscire a gestire una serie di sfide connesse a un movimento efficiente, come selezionare e modificare continuamente azioni appropriate per adattarsi ad un ambiente variabile. Pensa semplicemente a quando il tuo bambino sta attraversando il salotto, può inizialmente gattonare verso il divano e spostarsi lungo tutta la sua lunghezza, poi può compiere qualche passo prima di cadere seduto a terra e gattonare ancora un po’ verso il giocattolo che voleva afferrare. Questa catena di movimenti ha bisogno cambiare al volo, per adattarsi a il tuo bambino trova a disposizione per aiutarsi nel suo percorso all’interno di quell’ambiente che per lui è in continua espansione. 

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Un po’ come per qualsiasi altra cosa, per acquisire flessibilità servono molta pratica ed esperienza.  La Professoressa Adolf ha dimostrato l’effetto che l’esperienza ha sul movimento in azione, attraverso un ingegnoso studio sperimentale. Mettendo dei bambini di 12 mesi che hanno appena iniziato a camminare su una piattaforma con una discesa ripida di 90 cm, il 50% di loro si lascia letteralmente andare lungo la discesa (prima che la mamma o il papà li prenda al volo). I bambini di 18 mesi hanno maggiore esperienza. Sanno che sono troppo piccoli per camminare lungo la ripida discesa senza cadere o farsi male. Quindi si mettono seduti e scivolano giù. Questa è flessibilità, sapevano che mentre camminavano il loro corpo non era pronto per la discesa, perciò hanno cambiato il loro movimento per adattarsi (alla situazione).

Curiosamente, la Professoressa Adolf ha dimostrato che tale flessibilità non viene trasferita ad altre capacità. Se un bambino impara dall’esperienza che una discesa è troppo ripida da fare gattonando, proverà comunque a scendere camminando se ha appena iniziato a fare i primi passi. Una nuova abilità significa che c’è bisogno di raccogliere nuove informazioni.

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Quando devono imparare a muoversi, i bambini hanno un atteggiamento del tipo “prova, prova e prova di nuovo”. Cadere fa parte della pratica – e i bambini sanno cadere perfettamente. Innanzitutto, non stanno molto in alto rispetto al terreno e poi hanno dei corpicini morbidi imbottiti con del tessuto adiposo che attutisce il colpo. Il 91% delle cadute non hanno conseguenze e in media dopo una caduta i bimbi si riprendono in 2 secondi. Nell’imparare a camminare, i bambini non si scoraggiano perché cadono, semplicemente si rialzano e continuano a provarci. Questo tipo di mentalità è qualcosa che potremmo (ri)apprendere dai nostri piccoli ed applicare alle nostre vite impegnative da adulti.

 

 

Scarica la nostra app BabyBrains, è gratuita e ha un sacco di spunti sullo sviluppo del movimento del tuo bambino dalla nascita al primo compleanno!

 

Il pensatoio della Mamma. Luglio 2020.

Il pensatoio della Mamma. Luglio 2020.

#thoughtsfromtheloo

Che anno quello che sta finendo…

È ora di tirare le somme. Impacchettarlo e riordinare i pensieri. Cos’abbiamo imparato da Settembre 2019? (Perché si sa, l’anno vero – quello della vita reale – inizia a settembre e finisce tra giugno e luglio, altro che gennaio-dicembre…)

  1. A volte pensiamo di sapere…ma pensiamoci meglio!

Per noi di Il Parto Positivo/BabyBrains è praticamente un mantra: ogni bambino è unico. Per ognuno dei nostri figli, il nostro compito è creare un ambiente sicuro perché possano giocare/esplorare/sbagliare/imparare.

Quindi non è che già non lo sapessimo.

Ma poi a volte, i nodi vengono al pettine e, in mezzo allo sconcerto e al dolore, abbiamo ancora un’altra opportunità di scoprire che, di cose da imparare ce ne sono davvero (ma davvero!!) ancora a palate.

Il nostro approccio L.O.V.E. ci può accompagnare ancora per un altro bel pezzo di strada!

Le cose nuove, impensate fino a ieri, che l’Osservazione ci può svelare vanno dal basilare al sofisticato: con surreale nonchalance, fanno la spaccata fra cose semplici come la percezione degli odori a cose complesse come la nomenclatura binomia di Linneo. Possiamo sempre osservare un po’ più attentamente, possiamo sempre scorgere un nuovo dettaglio dietro al quale si nascondono abissi. (Abissi di tormenti e di meraviglie… spesso le due facce di un’unica medaglia.)

La mente si può aprire ancora un po’.

Il cuore può ancora crescere.

Serve l’umiltà di un passerotto e la fierezza di una leonessa per navigare le acque profonde di un figlio che soffre. Ma qualsiasi cosa porti la tempesta, noi e i nostri piccoli usciremo dall’altro lato di quel tunnel con almeno -ma proprio almeno- queste 4 cose:

  • Due menti più aperte
  • Due cuori più grandi
  • Una fierezza più umile
  • Un’ umiltà più fiera

E quello che resta davvero in fondo è una relazione più profonda tra noi due e un senso di gratitudine da togliere il fiato. Con un po’ di fortuna, avremo forse qualche settimana per riprenderci e integrare il vissuto dell’anno passato e poi via di nuovo, perfettamente equipaggiati per un’altra tempestosa (perché questo l’abbiamo capito: il mare calmo esiste, ma non è proprio la norma) avventura!

2. Nihil tamen aeque oblectauerit animum quam amicitia fidelis et dulcis.1

Cecilia e Silvia. Le due metà de Il Parto Positivo/BabyBrains

Di nuovo: non è che non lo sapessimo. Ma di nuovo, è solo quando i nodi vengono al pettine e ci troviamo senza amici intorno che iniziamo davvero a cogliere quanto fondamentalmente ognuno/a di loro non solo ci influenzi ma in qualche modo in fondo ci definisca. Perché sono proprio loro a svelarci i nostri pezzi e i nostri confini.

Non facciamo gli stessi pensieri se non possiamo condividerli con quell’Amico/a.

Non produciamo allo stesso modo se non c’è lui/lei che riceverà il nostro lavoro.

In solitudine, una bella risata a cuore aperto si trasforma al massimo in un sorriso.

Ma noi siamo state fortunate: alla fine, dopo la malattia, dopo il lockdown, dopo il silenzio, abbiamo potuto ritrovare gli Amici. E abbiamo scoperto che non abbiamo solo ritrovato loro. Abbiamo ritrovato anche noi stesse.

  • Una società diversa è il lavoro di tutti.
Foto credit Sam Manns 

Prima del 25 maggio 2020 forse sentivamo già di avere la responsabilità di creare una società più inclusiva delle differenze. Avevamo già diversi amici con sfumature di colore della pelle diverse dalla nostra. E forse vivevamo come se il colore della pelle dei nostri amici fosse un dettaglio irrilevante.

Li apprezzavamo per quello che dicevano, come si sentivano e facevano sentire noi; per le passioni condivise e i pensieri pensati insieme. E forse ci sembrava che questo bastasse.

Ci è voluta una giovane donna che venisse a prenderci per un orecchio e farci aprire gli occhi. Ci sono voluti vari amici e colleghi che hanno generosamente donato il loro tempo (guarda la nostra IGTV!) per mostrarci con gentilezza quanto miope fosse la nostra vera visione di loro. Ci vorrà probabilmente il resto della nostra vita per capire cosa tutto questo significhi in termini pratici e per imparare a comportarci in modo veramente giusto nei confronti di tutte le razze.

In teoria, significa almeno (ma proprio almeno) smettere di vedere il bianco come il colore di default e iniziare a riconoscerlo come uno dei tanti valori possibili del fattore “razza”.

Significa guardare più attentamente ai milioni di modi in cui il nostro privilegio si esprime. E chiederci: come posso usarlo per qualcosa di buono?

Significa impegnarsi a riservare spazio e tempo per riconoscere e rappresentare nella nostra vita familiare la meravigliosa diversità umana, per goderne insieme. Senza colori di default. Senza eccezioni. Insieme.

  • La nostra società ha bisogno di un paio di aggiustamenti.

In questo ambito, la pandemia ci ha insegnato qualche cosa, ma non siamo del tutto sicure di essere tutti d’accordo su cosa abbiamo imparato.

Abbiamo imparato che le relazioni possono prosperare via schermo? O abbiamo imparato che abbiamo proprio bisogno che il nostro corpo sia presente perché esse siano davvero vive?

Abbiamo imparato che abbiamo bisogno di più scuola? O abbiamo imparato che la scuola com’è oggi è profondamente inadeguata?

Abbiamo imparato che le donne (e le mamme in particolare) sono cronicamente trascurate dalla nostra società o abbiamo imparato che la società è cronicamente sostenuta nella sua spinta in avanti dalla generosità e adattabilità femminili (e materne in particolare)?

È ora di lasciar decantare queste domande nella nostra mente per un po’. È ora di lasciare al nostro cervello lo spazio e il tempo per processare e consolidare indisturbato; lo farà, mentre il succo di un’anguria ci scivola sul mento o mentre ci distraiamo sul volo di un gabbiano o ci fermiamo a respirare una foresta. O sul terrazzo di casa in un pomeriggio afoso.

Per processare e afferrare davvero tutto l’anno passato ci servirà veramente almeno un’estate!

***

1“Nulla tuttavia delizierà tanto l’animo quanto un’amicizia fedele e dolce.” Seneca, De Tranquillitate Animi. 

TORNARE COME PRIMA

TORNARE COME PRIMA

 -Nonna! Ho trovato l’uomo della mia vita. È bello, intelligente, mi fa morire dal ridere, mi ha fatto perdere la testa … abbiamo anche lo stesso gusto quando si tratta di gelato.

-È fantastico! Sono così felice per te!

– Sì! È davvero la cosa migliore che potesse accadermi! Ho sempre voluto trovare un uomo così. Voglio dire … amavo la mia vita prima … ma mi è sempre sembrato che potesse esserci di più … ora mi sembra più completa! Potremmo anche andare in vacanza insieme quest’estate. È pronto per unirsi a me in quel trek che avevo programmato

– Sembra divertente.

– Sì. Assolutamente.

– …

-Sto solo pensando … quando tornerà tutto come prima?

-Scusa?

-No … è solo … lo amo, non mi fraintendere. Ha tutto senso e mi sembra stupendo. Il fatto è … quando finirà?

-C’è qualcosa che non ti convince?

-No no no … lo adoro. Amo il tempo trascorso assieme. Le cene insieme, le passeggiate, i film. È fantastico. È solo … voglio dire … non mi sento più me stessa. E mi chiedo quando tornerò come prima. Prima, cantavo ad alta voce. Lo adoravo! Adesso non riesco più a farlo. Voglio dire… Adoro chiacchierare con lui prima di addormentarmi. E il sesso… francamente è strepitoso. È solo che… è come se mi mancasse quell’intimità con me stessa.

-Forse potete parlarne insieme e vedere se riuscite a fare spazio a questo tuo bisogno…

-Sì … a pensarci bene … forse non si tratta proprio di questo … è più … sai … non mi importa più nemmeno di come mi vesto. Prima tenevo molto al mio aspetto, ero sempre aggiornata in fatto di moda…. e ora, fintanto che qualcosa è della mia taglia e mi sta bene… Voglio dire, mi trova sempre bellissima, non solo quando magari indosso solo un paio di jeans e una vecchia t-shirt… ma addirittura quando metto su qualche chilo di troppo. E qui si capisce… mi sono un po’ impigrita…

-Capisco. Quindi ti piacerebbe avere una motivazione più forte …

-Sì, quella spinta, che ti fa fare quello sforzo in più.

-Mmmh..

-Cioè, ne ho di slanci eh. Ma tantissime volte sono per lui. Ed è fantastico… Come quella volta che l’ho sorpreso fuori dal suo posto di lavoro. Dovevi vedere la sua faccia! Davvero non se lo aspettava. Dopo siamo andati in spiaggia e abbiamo visto il tramonto insieme.

-Beh ma non mi pare che tu sia impazzita. Sono modi nuovi di avere slanci. mi pare segno di una relazione molto sana.

-Sì … è solo … tutto gira intorno a lui. Sono più felice di quanto non sia mai stata, ma è tutto grazie a lui. E ad essere sincera … Sono più stanca di quanto non sia mai stata … sai … Va a finire che le notti sono più corte. Dormo benissimo, per carità… ma meno ore. Insomma quasi tutte le cose belle della mia vita adesso girano intorno a lui.

-Quindi non ti piace che il tuo benessere dipenda così tanto dal vederlo …

-Esatto! E poi… anche il suo dipende da me. E questo è un peso. Sarebbe devastato se non andassimo a vedere il tramonto almeno una volta al mese ormai. Voglio dire, adoro andare … solo che. Non può andare avanti per sempre. Dov’è la mia libertà?

-Forse si stancherà dei tramonti … o forse lo farai tu. Lo capirete. Forse potreste semplicemente godervi i tramonti finché vi va?

-No ma seriamente. Quando tornerò la vecchia me?

-Beh … tutti quei tramonti, quelle chiacchierate e quel sesso … potrebbero averti cambiata. Forse la te di prima è diventata la te di adesso?

-Mi stai dicendo che non tornerò mai alla normalità?

-Ma le cose tornano mai alla normalità? Ogni cosa che sperimentiamo resta con noi per il resto del viaggio. Un albero torna mai come prima? Con tutto il sole, con tutta la pioggia che cade, diventa sempre più alto, più grosso, le radici vanno più in profondità. E anche quando le cose sembrano uguali, se le guardi più da vicino … non lo sono mai. L’acqua che scorre nel fiume oggi non è la stessa che ha visto ieri *, il letto del fiume è un po’ più profondo … o forse un po’ meno profondo, a seconda che di quanta sabbia si accumula sul fondo.

– Eppure è lo stesso fiume.

-…

-Quindi la vecchia me di prima è andata per sempre.

-Non proprio. Ha dato alla luce la te di adesso.

* “Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo.” Eraclito

Le cicatrici invisibili

Le cicatrici invisibili

Perché nasca una mamma, qualcosa deve frantumarsi. È inevitabile.

La prima cicatrice invisibile è piccola come la seconda lineetta del test di gravidanza: attesa o inaspettata, quella righetta rosa è un punto/ponte, solitario ed ostinato, teso sull’abisso tra una donna com’era e come sarà. E far combaciare i lembi è affare da chirurgia poetica avanzata. Per alcune su quell’abisso si stenderà un ricamo, per altre un rammendo. Un ponte sospeso di speranza e di timore. L’importante è che regga. Molte stanno già accompagnando il bambino all’asilo e se un dito invisibile provasse a carezzarle (cosa di cui peraltro molto avrebbero bisogno), potrebbe sentire persino ora il segno di pelle sovrapposta in quel punto tra il chi ero e il chi sarò che ha appena iniziato ad ammorbidirsi veramente.

C’è una cicatrice invisibile in moltissimi parti. Spesso si nasconde dietro ‘L’importante è che il bambino stia bene’, taciuta e nascosta persino da chi potrebbe mostrarla. È la cicatrice di parti assistiti con malagrazia, secondo modelli protocollari di assistenza post-industriale. Mamma e bambino stanno bene, certo. Ma cosa hanno lasciato sulla loro pelle quella luce, quelle mani, quelle voci? Bruciature invisibili di nascite che avrebbero potuto essere più dolci, e la donna magari nemmeno lo sa. Lasciano quei segni strani, di quelli che non si capisce bene come ce lo siamo procurato. Resta l’ombra di un dubbio dolente.

A volte invisibile, una cicatrice, lo è solo per la posizione. C’è, eccome. Ma andare a guardare là sotto, dove è così doloroso sedersi, non sembra molto allettante. I punti si stanno rimarginando, ci dicono. È stato solo un taglietto, ci dicono. Ma a sentire con il dito c’è un corpo estraneo e doloroso. Mesi dopo, quando ormai tutte le funzioni sono tornate si spera normali, una donna potrebbe avere la curiosità di andare a controllare. E scoprire la vera dimensione di quel taglio. Sentirla improvvisamente lì sotto i suoi occhi, le dita e i ricordi. Sbattuta in faccia con l’evidenza di una violenza imbarazzante.

Le mamme hanno bisogno di avere risorse interne di grande amore per se stesse: amore che si può dare e si sa anche riconoscere o esigere da altri. Amore di cui si sa godere, senza sentirsi spalle al muro, quando ne siamo le destinatarie, uniche e insostituibili. A volte queste risorse crescono testarde come piantine di montagna, a chiudere invisibili cicatrici ricucite con ostinazione sui buchi lasciati nel bagaglio della bambina che si è state. È la cicatrice invisibile di chi ha saputo perdonare e andare oltre. L’altro lato della stessa cicatrice che invece ancora brucia a chi ha intorno nonne che sembrano dimenticare chi sia la mamma ora.

Sono invisibili le cicatrici nascoste sulle ginocchia sotto i jeans, ricordi di giochi di infanzia dove il male del cadere è stato condizione necessaria per imparare a rialzarsi. Sono ancora invisibili, ma ci sono momenti di penombra in cui una mamma già le intravede addosso al suo bambino. Dovrà crescere. Non si potrà proteggerlo da tutto. Sono invisibili, eppure a volte si posano sullo sguardo come il velo di quella gioia insopportabile del pensiero di sapere i figli in crescita.

La cicatrice fa parte del corredo basilare per crescere; nasciamo intorno a un ombelico d’altra parte, l’unica cicatrice che accompagna tutti per la vita. Abbiamo un baricentro che è esso stesso unione dei due lembi della vita e della fatica di preservarla, nutrirla e farla crescere. Cicatrice visibilissima, che resta però invisibile nel nostro dimenticare che lo è.

L’apertura da cui nasce una mamma deve lacerarsi. Può farlo con potenza delicata, come un big-bang dolcissimo e privato che lascia due vite pulsanti in comunicazione: il più positivo dei parti, la più supportata delle puerpere, il più consolabile dei neonati. Ma anche in quel caso, se qualcuno provasse a scorrere il suo dito invisibile sul contorno del profilo di quella diade particolarmente favorita dalla sorte, sentirebbe inevitabilmente i punti frastagliati e induriti di piccole cicatrici che hanno chiuso ferite non meno dolorose solo perché invisibili agli occhi.  Non serve sempre sapere dove siano; la verità è che nemmeno chi le porta addosso sa sempre con certezza dove accompagnare il dito per sentirle. Ma serve ricordare che ci sono con certezza, e probabilmente si stanno ancora rimarginando. Fa parte dell’essere diventata mamma: dopo aver visto un’identità squarciarsi, e con essa il corpo, si è rimontata i pezzi in una forma nuova.

Sono spesso cicatrice invisibili perché la mamma ha avuto la saggezza oppure l’istinto – quando si tratta di neomamme le due cose tendono a sovrapporsi e a tratti equivalersi –  di leccare in fretta e prontamente.

Questo articolo è apparso per la prima volta sul numero 109 di DeD, la rivista per donne e ostetriche diretta da Verena Schmid. Per abbonamenti o acquisto numeri arretrati visita il sito https://seaoedizioni.it/

Ma chi ce lo fa fare?

Ma chi ce lo fa fare?

Chi ce lo fa fare? Perchè vogliamo diventare mamma?

Lo facciamo perché dobbiamo. Lo facciamo perché vogliamo. Ma perché davvero ci prendiamo cura dei nostri piccoli?

Prima di diventare madre, le supposizioni su cosa faccia una mamma, come deve essere bello/brutto/faticoso/emozionante, come sarò io da mamma (ovviamente una versione 2.0 fiera ed instancabile), ma PERCHE’ una mamma si prenda cura di suo figlio difficilmente qualcuno se lo sarà domandato a priori.

Pare ovvio no?

È suo figlio deve…  gli vuole bene… Tutto vero e molto bello, ma in pochi si chiedono perché e come il nostro cervello regga a sbalzi ormonali, mancanza di sonno ed emozioni così forti. Ci sarà una ricompensa di fondo per cui una mamma fa tutto quello che fa?  

Le nostre neuroscienziate preferite se lo sono chieste e dopo avervi parlato del loro studio sui ‘superpoteri’ delle mamme, oggi vi raccontiamo un’altra cosa incredibile che hanno scoperto!

Durante la gravidanza potenti ormoni stravolgono (e in tutta onestà scombussolano un po’) il corpo di una donna.

Nausee? Tutto ok sono gli ormoni! Chioma fluente? Sempre loro. Cervello assottigliato? (se ci sei rimasta male leggi qui) Eh sì, indovinato, sempre effetto degli ormoni, che cambiano perfino il cervello di una mamma per prepararla alle prole.

Negli studi scientifici si parla di un vero e proprio priming ormonale del cervello, che stimola la comparsa di comportamenti materni specie-specifici, che promuovono la sopravvivenza e uno sviluppo ottimale della prole estremamente dipendente.

Sì, perché a differenza di tanti animali nati prontissimi ad esempio per fuggire dai predatori, i nostri bambini nascono parecchio indietro diciamocelo (ma è proprio questo il nostro più grande vantaggio come specie, chi frequenta i lab BabyBrains lo sa!).

E il cervello in gravidanza non solo si prepara alla maternità, cioè ad essere attratto dai nostri piccoli (George Clooney spostati che devo guardare il mio bambino), ma si assottiglia anche in alcune aree specifiche della Materia Grigia e si potenziano le capacità di una mamma di leggere il suo bambino, favorendo un attaccamento positivo (lo spieghiamo anche nel blog post “Di superpoteri: neuroscienze dell’amore materno.”)

Nel loro nuovo studio, le dottoresse Erika Barba-Müller ed Elseline Hoekzema riguardano le foto dei cervelli ottenute per la precedente ricerca, mediante risonanza magnetica e si soffermano ad osservare un’altra struttura estremamente importante: lo Striato Ventrale (VStr), componente chiave del sistema di ricompensa del nostro cervello.

E guarda caso ‘poco ma buono’ vale anche per il VStr! Nello specifico, Erika ed Elseline hanno notato come il VStr delle madri, dalla gravidanza a circa due anni dal parto, risulti diminuito in volume.

Di primo impatto sembrerebbe allora che il cervello di una mamma subisca una degenerazione, ma tranquille non è assolutamente così. La diminuzione in volume corrisponde infatti ad un aumentata risposta agli stimoli altamente rilevanti per la mamma.

Il VStr si specializza nel gratificarla, quando questa risponde alle richieste del suo bambino. In parole povere, il sistema di ricompensa del cervello di una mamma leva tutto il superfluo di mezzo, cosicché la gratifica più grande sia il suo bambino.

Che cosa MERAVIGLIOSA.

Ecco il perché! Ecco chi “ce lo fa fare”! Il nostro cervello è il primo ad innamorarsi del nostro bambino e ce lo comunica silenziando tutte le cose che ora proprio non sono indispensabili e potenziando invece tutto quello che fa bene alla nostra relazione con lui.

No mamma, non sei diventata una donna meno forte, che cede agli occhi da cerbiatto del suo bambino… tu e il tuo cervello siete un portento della natura!

Soffre di Coliche. Trent’anni dopo.

Soffre di Coliche. Trent’anni dopo.

Entra sbattendo la porta, apre il frigo e si prende una birra. Il coinquilino arriva con la faccia assonnata dal corridoio: “Ma che fai? Non eri fuori con la tua nuova fiamma turca?” La luce del frigo smette di illuminare il volto stralunato, la porta sbatte e la faccia è ancora più furibonda. Un misto di rabbia, frustrazione e stanchezza.

“Cosa vuoi che ti dica. È pazza. Veramente, io non so cosa fare di più per lei e ancora non sembra contenta.” “Ma cosa è successo??” “Non lo so!! A un certo punto non smetteva più di piangere! L’ho riaccompagnata a casa e sono venuto via. Cosa dovevo fare? Non c’era modo di farla smettere. Piangeva e piangeva. Almeno se adesso si addormenta poi domani magari riusciamo a fare una passeggiata normale.” “Ma sei sicuro che avesse mangiato abbastanza?” “Beh, mi sembra. L’ho portata in quel ristorante francese buonissimo. Ha sicuramente mangiato un po’ di risotto, anche se non lo ha finito. E il pane. E anche un po’ di pesce che di solito non le piace neanche.” Il coinquilino assume un’espressione pensosa, poi chiede: “Ma fibre niente? Un po’ di verdura?” “Beh, di contorno portavano zucchine trifolate, ma siccome erano molto unte per lei ho ordinato verdure al vapore.” “Ah ecco bravo. Ma quindi non dovrebbe esserle venuta aria nella pancia, no?” “Ma infatti! E mi sono assicurato che bevesse. Abbastanza ma non troppo, come deve essere!” Si lasciano cadere sul divano, stanchissimi e perplessi.

Il coinquilino pensa ad alta voce: “Va beh, ma se poi ha pianto così tanto deve essere successo qualcosa…prova a ripensare a cosa avete fatto prima.” “Prima?? Una serata normalissima! Abbiamo mangiato. Anche se. A ripensarci, già lì era strana: ogni tanto si fermava, alzava la testa dal piatto, smetteva di mangiare e mi sorrideva.” “Eh, ogni tanto lo fanno…è un riflesso.” “Ah, ok è normale. Sembrava quasi volesse dirmi qualcosa.” “Ma cosa vuoi che ti possa voler dire…ci vuole tempo a imparare uno la lingua dell’altro: lei turca, tu italiano…datevi tempo. I primi mesi sono sempre un po’ faticosi, lo sai. E poi scusa, ma un pochino l’hai toccata? Lo sai che anche il contatto fisico è importante.” “Sì, almeno due volte le ho messo un braccio intorno alla vita per qualche minuto lungo la strada. Mio zio però dice tanto di stare attento con quelle cose, che poi se si abitua non si stacca più…” “Eh lo so…anche io all’inizio con la mia…per due giorni non è voluta uscire dalla stanza dell’albergo. Non le bastava mai. Però devo dirti che non è stato così spiacevole come pensavo…e comunque poi ha capito i miei ritmi e ora lo chiede solo alla sera prima di andare a letto. Magari anche la turca vorrebbe chiudersi in casa con te tutto il weekend, se vuoi vado via due giorni e vi lascio casa…” “E se poi prende il vizio?” “Ma dai… lo sai che è una fase!” “Veramente non capisco di cos’altro aveva mai bisogno stasera: E le ho regalato pure delle scarpe calde ora che è inverno e lei non si aspettava facesse così freddo qui. Ma dico, hai i piedi caldi, la pancia piena, sono qui con te…cos’altro puoi volere???”  “Sai cosa ti dico? Per me soffre di coliche.”

Questo pezzo è apparso la prima sul Numero 108 della Rivista per donne e ostetriche DeD, diretta da Verena Schmid e di cui Cecilia è parte del comitato di redazione. Per abbonamenti e numeri arretrati: www.seaoscuola.it/

Cervello ed emozioni. Pillole di Neuroscienze per la vita quotidiana delle mamme.

Cervello ed emozioni. Pillole di Neuroscienze per la vita quotidiana delle mamme.

Direttamente da uno dei nostri Laboratori di Neuroscienze preferito, nuove informazioni per voi: ricche di ispirazione per mamme in attesa e neo-mamme (e chi sta loro accanto).

Due anni fa, la ricercatrice Elseline Hoekzem e il suo team ci hanno offerto un’immagine accurata dei cambiamenti strutturali che accadono nel cervello di una donna durante la gravidanza e di come questi siano strettamente legati alle nuove sfide della vita da mamma. Ve li abbiamo raccontati in questo post , e insieme a voi siamo rimaste sbalordite di fronte ai superpoteri che il cervello può acquisire. E se diciamo superpoteri, intendiamo veramente SUPERPOTERI: il cervello dopo la gravidanza vede il mondo in modo completamente diverso da prima e aiuta la mamma a sentire i bisogni del suo bambino veramente in fondo al suo essere (quello delle scienze esatte, non solo quello bellissimo delle emozioni sfuggenti).

Ora lo stesso gruppo di neuroscienziati sta esaminando come questi cambiamenti siano connessi alla salute mentale, in particolare alla Depressione e Ansia Post Partum e alla Psicosi Puerperale. Queste condizioni patologiche, che sono purtroppo molto più diffuse di quanto possiamo immaginare, offrono spunti di riflessione molto utili anche per chi per fortuna non ne soffra. Dopotutto, imparare a usare nuovi superpoteri è una fatica per tutti!

Tired Superman by Fiona Meng

L’articolo completo di Barba Müller e colleghi illustra una quantità pazzesca di ricerche che hanno implicazioni pratiche molto concrete nella vita quotidiana di tutte le mamme e i neonati. Se masticate un po’ di inglese, non perdete l’occasione di leggerlo tutto! Qui sotto comunque vi riassumiamo i punti essenziali che tutti dobbiamo tenere presente.

  1. EMOZIONI DI EMOZIONI

Un bebé non può regolare le sue emozioni.

La mancanza di sonno rende difficile regolare le proprie emozioni anche agli adulti (del regolamento emotivo vi abbiamo già parlato qui). Questo significa che è facile trovarsi con un sovraccarico emotivo notevole, che si traduce spesso nella sensazione a noi tutte molto nota di navigare da una crisi alla crisi successiva, con l’aiuto poco solido di un po’ di caffeina e di zucchero (ci siamo passate. Lo sappiamo).

Rutheford e colleghi mostrano che la madre, per poter aiutare il figlio a integrare le proprie emozioni, deve prima essere in grado di regolare efficacemente le proprie e coordinarle con pensieri, azioni e interazioni.

Questo non significa imparare a non sentire le emozioni. Quello sarebbe impossibile o anche francamente poco sano. Ma se invece imparassimo a NOTARE l’emozione? Renderci conto del nostro essere… diciamo un po’ sorprese (ok, è un eufemismo)… della totale mancanza di considerazione di nostro figlio e di quanto irragionevole la sua protesta/richiesta sembri?

Se imparassimo a prendere quella sensazione di frustrazione come un segnale di pausa? Potremmo imparare a utilizzare quel momento come un’occasione per guardare altrove, per un attimo: guardare fuori da tutto il caos di emozioni -nostre e di nostro figlio-. Potremmo chiedere a chi ci sta intorno di evitare di buttarsi a pesce nel caos emotivo nostro e di nostro figlio aggiungendo il proprio o portando suggerimenti pratici per soluzioni a breve termine problema dopo problema. Potremmo chiedergli invece di aiutarci nel riprendere le distanze e fare il respiro che serve.

Potrebbe essere l’occasione perfetta per guardare bene ai nostri bisogni e pattern emotivi, per capirli, per vedere come possiamo manifestarli nella nostra vita e viverli al meglio nella nostra relazione col resto della famiglia.

E potremmo scoprire che iniziare a prenderci cura di questo aspetto può far apparire meno intollerabili le folli richieste e i bisogni di nostro figlio.

E magari scopriremo di aver saputo offrire un modello migliore di regolamento emotivo? Magari reagiremo in modo diverso alla stessa richiesta, mentre il nostro personale bisogno emotivo assume un senso più chiaro nella nostra testa? Probabilmente un po’ entrambe le cose…

  • UN CERVELLO CHE LAVORA IN SQUADRA

Essere una mamma significa saper usare la parte più sofisticata del nostro cervello (come l’intelligenza sociale, che ci permette di attribuire stati mentali a noi stessi e agli altri) rispondendo al contempo agli impulsi più basici della parte di cervello che abbiamo in comune con gli altri mammiferi (che ci fa nutrire i nostri cuccioli ad esempio).

Cioè in pratica?

Cambio pannolino & Gestione ottimale delle tempistiche della famiglia

Coccole & Ricerca della propria identità

Nutrimento dei figli 24/7 &

Nappy changing & Time Management.

Cuddles & Identity Searching.

Round-the-clock feeding & Mediazione famigliare

Rassicurazione dei figli & Management della carriera

Una mamma quasi sempre deve gestire tutti questi aspetti, spostandosi rapidamente dalle risorse di una parte di cervello all’altra. Col sorriso. E senza chili di troppo grazie.

Niente da ridire contro i sorrisi e i corpi sani, ma ammettiamolo: certe cose sono più importanti di altre. E utilizzare al meglio il nostro cervello per il bene nostro e dei nostri piccoli sembra un punto abbastanza alto nella scala di importanza.

Con questa ricerca, Young e i suoi colleghi ci dicono che quando le regioni prefrontale e subcorticale hanno un buon funzionamento incrociato, la mamma mostra un comportamento più adattivo nei confronti del suo bambino.

Cosa vuol dire esattamente? Le zone prefrontali sono quelle coinvolte in tutto quello che nella lista viene dopo la &, le cose sofisticate diciamo. Le regioni subcorticali, invece, si occupano di quello che viene prima della &, le cose animali insomma.

Alcuni esempi di comportamento adattivo sono: una sensibilità acuita alla voce del bambino, pensieri positivi a proposito del proprio essere genitore, una buona qualità di relazione madre-bambino o una ridotta ostilità.

Quindi cosa vuol dire? Significa che siamo madri migliori (e ci piace di più essere madri!) quando le diverse parti del nostro cervello lavorano insieme come una squadra. Essere intelligenti non sarà abbastanza. E non sarà abbastanza seguire il nostro istinto. Possiamo essere (dobbiamo essere!) al contempo esseri sofisticati ed animali.

Delicate & Fiere

Allerta & Rassicuranti

Ricettive & Stimolanti

Accettanti & Incoraggianti

Onestamente, vi viene in mente qualsiasi altra cosa che porta l’essenza dell’essere umano a più alta espressione?!

Di questi argomenti abbiamo parlato anche con la giornalista Corinna de Cesare in occasione del suo bellissimo articolo per il Corriere della Sera del 26 giugno 2019: “La maternità ti cambia il cervello”.