Bambini malposizionati? È (anche) questione di prendere posizione.

Bambini malposizionati? È (anche) questione di prendere posizione.

 

© Michele Monasta

Tutta la nostra vita in fondo è un prendere posizione: fisica, con quello che facciamo del nostro corpo nello spazio, e mentale, con le idee e le opinioni che sviluppiamo riguardo a chi e cosa ci circonda. Spesso e volentieri le due posizioni si influenzano a vicenda, quasi sempre senza che ce ne rendiamo neanche conto.

In gravidanza l’ecosistema delle posizioni si allarga a macchia d’olio, intorno a una pancia abitata, al suo piccolo abitante e a chi li ospita. Dal giorno del concepimento, e forse già da prima, la donna e il suo bambino prendono posizione. Come sempre accade nella vita, lo fanno anche in risposta a ciò che li circonda. Banalmente, se nella pancia c’è un gemello, lo spazio a disposizione sarà ben diverso da quello che avrà allo stesso mese un altro bimbo.

La posizione del corpo è solo la punta dell’iceberg di quella serie di rimbalzi e posizionamenti che scandiscono l’evoluzione e l’interazione con l’ambiente esterno di ognuna e ognuno di noi. Ma è una punta di iceberg molto significativa.

Immaginiamo una mamma in travaglio nel Settecento che sentisse il desiderio impellente di mettersi a quattro zampe. Immaginiamo che la cultura della sua epoca l’avesse abituata a sospendere il giudizio e a obbedire passivamente all’autorità. Continuiamo a immaginare che il giudizio e l’autorità fossero basati non sul servizio alla paziente, ma sulle esigenze pratico-logistiche della struttura sanitaria e del suo personale. È così che ritroviamo la partoriente tipo con i piedi nelle staffe del lettino. Comodissima; per il dottore che la vuole esaminare. Non solo scomoda, ma in agonia dentro se stessa.* Quella posizione in sala parto ci parla di qualcosa di molto più grande della posizione di una donna che partorisce (che già è una cosa immensa): ci parla di un posizionamento culturale, un atteggiamento collettivo spesso e volentieri interiorizzato da chi ne fa le spese. È lo sguardo dell’autorità, lo sguardo del controllo, lo sguardo fin troppo spesso denunciato in molti ambiti, e particolarmente quello medico, di professionisti non al servizio ma al comando.

Serve allora fare un passo indietro: dentro e fuori le sale parto. Riconoscersi parte di un sistema di posizioni, molte delle quali hanno implicazioni concrete non solo su come stiamo ma anche su come funzioniamo.

“Che posizione ha tua suocera sul parto in casa?”o “Il mio ginecologo non ha una posizione molto aperta sul VBAC” sembrano frasi che parlano solo di opinioni, eppure gli effetti concreti nel vissuto di corpo e mente di una donna in attesa che dovesse desiderare uno di quei percorsi sono al confine del misurabile.

Ben oltre il confine del misurabile sono invece gli effetti concreti che la rete di posizioni intorno può generare sulla posizione del feto. Correlazioni, similitudini, echi di esperienze emotive sono spesso rintracciate in parte di quell’intreccio di atteggiamenti e movimenti che scandisce i posizionamenti fetali, ma quando qualcosa sfugge al determinismo prevedibile fatica ad imporsi all’attenzione. E si finisce col pensare che si esaurisca in una questione di parti del corpo distribuite nello spazio.

Un essere umano non è mai solo una questione di parti del corpo distribuite nello spazio, nemmeno nella pancia della sua mamma. Interazioni, risposte, relazioni che lo nutrono e influenzano fanno parte della sua esperienza costantemente.

L’ambiente esterno non è neutro rispetto all’andamento di una gravidanza. Dalla cultura che accompagna la narrativa sul parto, alle singole posizioni personali del cerchio di amici, familiari e professionisti coinvolti fino al portato personale di ognuna, c’è un intreccio inestricabile di posizioni che si influenzano a vicenda. Riconoscerle tutte, impossibile. Prevederne gli effetti, impossibile.

Ma se non è dato riconoscere né prevedere, resta il grande strumento di non ignorare che siamo parte di qualcosa che ci sfugge. E il modo in cui ci posizioniamo, ogni singola volta di fronte a una nuova vita che inizia, è già parte di quella vita.

* Estratto, come altre parti di questo articolo, dal libro “Il Parto Positivo. Diventare mamma con scienza e con amore” Mondadori, 2021 di Silvia Dalvit e Cecilia Antolini.

Questo articolo è stato scritto per il numero 116 della Rivista D&D, la rivista per donne e ostetriche diretta da 30 anni da Verena Schmid. Info, abbonamenti e numeri arretrati qui.

 

Appena nati già “studiamo” la grammatica.

Appena nati già “studiamo” la grammatica.

#Freshfromthelab: questa volta le ultime notizie sulla scienza dello sviluppo arrivano dal BabyLab del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova, dove il bambino di una delle nostre Referenti Certificate ha partecipato alla ricerca della Professoressa Judit Gervain e del suo team.

Le ricercatrici Anna Martinez, PhD e Francesca Cavicchiolo hanno accolto Filippo e la sua famiglia. Dopo aver spiegato lo studio, le ricercatrici hanno invitato Filippo e la sua mamma a condividere un momento di gioco mentre erano in ascolto di un audio particolare finalizzato alla ricerca: si tratta di un linguaggio inventato composto da vocaboli di fantasia e regole grammaticali artificiali seppur precise; successivamente le ricercatrici hanno messo una cuffietta morbida con dei sensori a Filippo, che ha riascoltato l’audio, questa volta guardando un simpatico video in braccio alla sua mamma, mentre il computer riceveva i dati dalla cuffietta.

Ma cosa stavano cercando di scoprire? Qui vi raccontiamo meglio di questo studio, grazie alla Professoressa che lo ha gentilmente condiviso con noi.

Da dove viene la conoscenza della grammatica? Se pensiamo ai manuali di scuola, immaginare che un neonato conosca già alcune regole grammaticali e che abbia iniziato a riconoscerle e apprenderle quando era ancora nella pancia della sua mamma, ci sembra incredibile.

Eppure, lo studio che la Professoressa Gervain e le ricercatrici del suo team stanno portando avanti all’interno del BabyLab di Padova ci dice che già in utero, il nostro bambino è in grado di imparare delle regole grammaticali. Come è facile immaginare, studiare l’esperienza di un bambino nella pancia della mamma è davvero estremamente complesso, tuttavia, guardando ai neonati nei primissimi giorni di vita, possiamo scoprire che hanno già maturato delle esperienze, hanno già imparato “qualcosa” mentre erano nell’ovattato mondo uterino. Durante questo periodo e fino al primo anno di vita avviene un meraviglioso processo: si chiama sintonizzazione alla lingua madre, vale a dire la scoperta di quei suoni che compongono il linguaggio: le parole, la struttura e la grammatica della lingua (o delle lingue!) parlata dalla mamma (occorrerà aspettare il primo compleanno perché vengano apprese le parole vere e proprie, ma tutto ha inizio da qui!).

Negli ultimi cinquant’anni gli scienziati hanno studiato (e continuano a studiare) come avviene e la strada per comprendere la vicenda fino in fondo è ancora lunga, ma qualche certezza c’è. A oggi sappiamo che il neonato già a 1-2 giorni di vita è in grado di riconoscere certe regole molto semplici che assomigliano alla grammatica di una lingua. Parliamo di capacità basiche – diverse dall’imparare l’uso del condizionale sui libri di scuola – ma ciò che il neonato recepisce e apprende è la ripetizione, o reduplicazione: per questo in molte lingue, quasi in modo universale, le prime parole che sono ripetute ai bambini e che loro imparano hanno due sillabe identiche: ad esempio mam-ma, pa-pà.

Quindi, fin da subito, i nostri bambini hanno la capacità di rappresentare forme, regole e strutture usate poi in una lingua vera e propria.

Come fanno gli scienziati in laboratorio a capire come imparano i bambini? In questi cinquant’anni, chi si occupa di Psicologia dello Sviluppo ha utilizzato diverse metodologie, in particolare quando il piccolo partecipante non può dare delle risposte verbali: ad esempio osservando il suo comportamento, dove si posa il suo sguardo, su quali immagini o oggetti si sofferma la sua attenzione  (ne abbiamo parlato anche qui) oppure attraverso un “ciuccio magico” collegato a un computer che misura l’intensità e la frequenza di suzione del bambino – che aumenta quando è interessato a qualcosa. Negli ultimi vent’anni, la ricerca ha cominciato ad avvalersi delle tecniche di neuroimaging: metodi sicuri, non invasivi e ben tollerati che grazie a una cuffietta permettono agli scienziati di vedere quali aree del cervello del neonato si attivano quando gli vengono fatte ascoltare delle frasi nella lingua madre o in una lingua straniera. Anche mentre dorme!

Grazie a queste tecniche, il gruppo di ricerca della Professoressa Gervain, che lavora con neonati e bambini nel primo anno di vita, ha scoperto che già durante la vita prenatale il bambino apprende la prosodia della lingua madre, cioè la musicalità, l’intonazione, la melodia e la ritmicità della lingua parlata dalla mamma: alla nascita, infatti, il cervello del bambino risponde in modo diverso alla prosodia della lingua materna rispetto alla prosodia di una lingua sconosciuta. Il neonato riconosce quindi delle regole di ripetizione legate non solo alla musica o agli stimoli visivi, ma anche quelle legate in modo specifico all’elaborazione del linguaggio. Questa capacità all’inizio è universale, i neonati sono davvero “cittadini del mondo” . Ma nel caso del linguaggio imparare vuol dire “dimenticarsi”. Per specializzarci veramente nella nostra lingua e sintonizzarci alla lingua materna, infatti, c’è un prezzo da pagare: intorno alla fine del primo anno il bambino perde l’incredibile capacità di apprendere ogni suono e ogni regola di qualsiasi lingua del mondo (anche se rimane una certa plasticità fino alla preadolescenza). Certo possiamo imparare una lingua straniera a ogni età, ma lo sappiamo bene, se la impareremo in età adulta non avremo gli stessi risultati dell’essere stati esposti nella prima infanzia. Mantenere questa capacità richiederebbe uno sforzo eccessivo, e non ci permetterebbe di essere davvero dei veri esperti nella nostra lingua madre, cosa che ci è biologicamente più utile per vivere nel nostro contesto sociale.

Questi studi hanno portato gli scienziati a fare un’incredibile scoperta: anche se ancora non sanno elaborare delle parole, l’area del cervello deputata al linguaggio nei neonati e nei bambini non solo è estremamente plastica, ma è già molto matura, quasi quanto quella degli adulti.

E proprio gli adulti giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo del linguaggio del bambino, seppure in modo non cosciente, se da un lato siamo portati a ripetere alcune specifiche parole quando i nostri bambini iniziano a parlare,[1] dall’altro, come detto sopra, tendiamo a scegliere inconsapevolmente parole a due sillabe. Questo avviene secondo uno di quei circoli di naturale perfezione che ci permettono non solo di sopravvivere, ma di prosperare e coinvolge due aspetti:

  1. Il primo, legato all’evoluzione della nostra specie che ha fatto sì che il cervello dell’adulto diventasse sensibile ai segnali e alle risposte del bambino: il cucciolo umano è estremamente dipendente dagli adulti, a differenza di altre specie in cui i piccoli sono quasi del tutto autonomi, e il cervello umano matura molto lentamente, con un processo che dura fino a 20-22 anni. Per questo il contributo del genitore, dell’adulto, è fondamentale per la sopravvivenza: abbiamo sviluppato biologicamente l’incredibile capacità di decodificare e interpretare i segnali di questa piccola creatura( ) che dipende da noi e non riesce a comunicare verbalmente.
  2. Il secondo vede il contributo del bambino: oggi gli scienziati hanno scoperto che il bambino ha un ruolo attivo nell’interazione, in quanto stimola e risponde all’adulto in modo da ottenere le reazioni o le risposte di cui ha bisogno. Si è visto che già a 6-9 mesi il bambino comunica attraverso la vocalizzazione o la lallazione e il genitore risponde istintivamente ripetendo le sillabe del bambino, magari cambiando intonazione, aggiungendo qualcosa. Il genitore, quindi, osserva se il bambino ha o meno una reazione e se questo comportamento è funzionale all’apprendimento del bambino lo ripete, in una sorta di feedback-loop di interazioni ripetute in cui entrambe le parti forniscono in modo non conscio informazioni che aiutano lo sviluppo del bambino. Un po’ come fanno gli scienziati in laboratorio.

Se tutto questo non bastasse, è ancora più stupefacente che un intero contesto sociale intorno al bambino tende a favorire lo sviluppo del suo linguaggio: non solo i genitori, ma tutti i “grandi” coinvolti nella cura del bambino (fratelli, sorelle, nonni, famiglia estesa) hanno la capacità di codificare il bambino, e a loro volta i bambini cercano di provocare la risposta di cui hanno bisogno. Questo avviene attraverso lo sguardo, il gioco e il modo di parlare.

Siamo tutti adulti “stimolati nella relazione” e biologicamente portati a favorire lo sviluppo del linguaggio dei bambini. Anche quando non lo sappiamo, il nostro cervello sa meglio di noi come supportare al meglio i piccoli umani intorno a noi…concediamoci un attimo per godere di questo ruolo meraviglioso che abbiamo anche quando non ci pensiamo.

Come si fa ricerca al BabyLab dell’Università di Padova

Al BabyLab dell’Università di Padova diversi docenti e ricercatori si occupano dei diversi aspetti dello sviluppo nella prima infanzia (0-5 anni): sviluppo del linguaggio, ma anche capacità sociali, riconoscimento dei volti, il tocco affettivo, legami tra movimento e sviluppo cognitivo, sviluppo delle abilità matematiche. Dal punto di vista delle famiglie, si tratta di piccoli studi che richiedono circa 5-10 minuti, resi piacevoli per i bambini, facili e giocosi. I dati sono raccolti con tecniche diverse: osservazione dello sguardo, manipolazione di oggetti o neuroimaging. “Prendiamo un appuntamento secondo le disponibilità della famiglia – racconta la Prof. Gervain – spieghiamo lo studio, e rispondiamo alle domande e alle curiosità dei genitori. Alla fine, il bambino riceve un piccolo “diploma” di scienziato e lasciamo delle foto alla famiglia se lo desidera. Dopo un paio di mesi cerchiamo di dare un riscontro a livello di gruppo (non sono condotte valutazioni sui singoli bambini), inviando ai genitori i primi risultati sullo studio a cui hanno partecipato”.

Prof. Judit Gervain

Professoressa ordinaria del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova, e senior research scientist (directeur de recherche) presso l’Integrative Neuroscience and Cognition Center (CNRS & Université Paris Descartes)

Linguista di formazione, Judit Gervain studia lo sviluppo del linguaggio dal punto di vista biologico, in particolare “da dove viene il linguaggio”: siamo infatti gli unici tra gli animali ad avere un linguaggio complesso e questo è interessante dal punto di vista evolutivo. Nello specifico, la Professoressa Gervain si occupa di comprendere cosa accade nella mente del bambino prima di poter parlare, indagando come si sviluppa il linguaggio. Partire dal bambino, fin dalle sue primissime fasi di vita, permette di ridurre al minimo il contributo dell’esperienza – molto presente nell’adulto – e comprendere sia i fattori biologici, sia il ruolo di quest’ultima nello sviluppo delle competenze legate al linguaggio.  

La nostra rete di Referenti Certificate è una risorsa preziosa. Questa volta il nostro grazie per aver condiviso la sua esperienza al BabyLab e raccolto questo testo per voi va alla nostra Referente Certificata Il Parto Positivo e BabyBrains® Giulia Terranova


[1] ROY, D. New Horizons in the Study of Child Language Acquisition, 2015

Papà e partners in sala parto: NO. Ok, ma diteci perché.

Papà e partners in sala parto: NO. Ok, ma diteci perché.

© Young and Battaglia

Signora B, gliel’ho detto: in sala parto ci può entrare solo lei. E quante storie! Potete andare al ristorante insieme, non vi basta? Andate a mangiarvi una pizza, gomito a gomito con i tavoli accanto, andate a fare la spesa, toccate tutti i prodotti sugli scaffali potenzialmente toccati da 40 persone prima di voi, mettetevi in coda alla cassa, andate al cinema…proprio in sala parto insieme dovete voler andare!? Non vi basta mai eh.

Come dice? Siete una coppia e vivete insieme quindi che differenza fa? Fa una differenza enorme! Un’altra persona in sala parto, anche se ha fatto il tampone subito prima di entrare è una cosa pericolosissima! Non si è accorta che siamo in pandemia? Emergenza nazionale, dobbiamo tutti fare la nostra parte.

Come dice? Dopo due anni non è più un’emergenza ma una situazione critica con cui si deve convivere? Ma mi faccia il piacere! Dobbiamo assolutamente limitare i contagi. Un accompagnatore di fiducia per una donna in travaglio è un orpello assolutamente inessenziale e un ostacolo insormontabile alla sicurezza e alla salute.

© Young and Battaglia

La salute mentale??? La protezione emotiva? Il bisogno fisico di sentirsi al sicuro? Ma di cosa va farneticando! E comunque non dipende mica da me, eh. Il Direttore Sanitario ha stabilito che da noi le visite sono sospese e quindi io ho le mani legate. Come dice? Il papà del suo bambino non è un visitatore ma un fruitore del servizio? Come? Cioè secondo lei assistere un bambino che nasce significa anche mettere i suoi genitori in condizione di accoglierlo, fisicamente e emotivamente??! Lei cara signora B sta farneticando.

Perché la chiamo B? Per far prima, ovvio. A deve uscire da B quindi lei per me è la signora B. Sì anche la donna nel letto accanto, non si preoccupi non mi confondo.

Dunque cara B per concludere no, il papà di suo figlio non può accompagnarla. Partner? Niet. E no certo neanche la sua ostetrica di fiducia. Doula? Meno che meno!

Come? Lei vorrebbe sapere su quali evidenze scientifiche è basata questa scelta? Ahahaha, ma se sono decenni che vi facciamo partorire su un lettino a gambe alzate senza uno straccio di evidenza scientifica che supporti questa pratica (anzi, pure con parecchie evidenze contrarie…)! Vuole che in tempo di emergenza-pandemia-disastro virale mi servano evidenze scientifiche per chiudere qualcuno fuori dalla mia sala parto?

Ah, dove ha partorito sua cognata non hanno mai chiuso le sale parto? E cosa devo dirle, vada a partorire lì! Come dice?

Ah. Ci va davvero?

© Himitsuhana

3 settimane dopo.

Ehm Direttore…ho paura che si debbano riaprire le sale parto ai papà e agli accompagnatori di fiducia delle donne…ehm…come dice? Non vuole…? ehm ecco però sa…qui sono 3 settimane che non viene proprio più nessuna a partorire… ho paura che abbiano letto tutti il documento delle Federazioni professionali di ostetricia e ginecologia… ah e poi ecco…volevo anche dirle…forse è il caso che iniziamo anche noi a lasciare libertà di movimento… Direttore? Si sente bene?

 

© Stefano Bonazzi

 

Papà in sala parto in pandemia. Non ci sono più scuse.

Papà in sala parto in pandemia. Non ci sono più scuse.

Avete presente nei film, quando i buoni stanno ormai perdendo le speranze in una situazione dove effettivamente abbandonare le speranze sembra l’unica cosa sensata? Ecco, è in quel momento che arrivano rinforzi inaspettati e potentissimi: il regno accanto che fino a poco prima rifiutava di scendere in guerra, Gandalf sul suo cavallo bianco e un esercito di cavalieri.

A volte la cavalleria arriva anche nella vita vera.

Accade per esempio che dopo 2 anni, quando ormai è chiaro a tutti che la situazione del Covid non è più un’emergenza momentanea ma una grossa difficoltà con cui stiamo convivendo, in moltissimi ospedali di Italia si viva ancora come se lo stato di emergenza richiedesse misure rigidissime e sia ancora vietato ai papà e ai/le partners accompagnare le donne a partorire. Sono già diversi mesi che queste separazioni forzate erano vissute da molti come misure di contenimento non più tanto spiegabili. Ma cambiare le cose dal “basso” della posizione di genitori sembrava impossibile. Ed è qui che arriva la cavalleria dei giorni nostri: 12, ben 12!, tra Società Scientifiche e Federazioni Professionali Sanitarie, hanno steso un documento congiunto prendendo seriamente posizione perché tutti i reparti di maternità aprano di nuovo le porte a papà e partners.

Pic credit @livingbodywork

“La valutazione del rapporto benefici/rischi supporta senza incertezze questa scelta.”

È da tempo che le mamme e i papà lo sanno e lo ripetono: con tutte la cautele necessarie non si può aspettare che il Covid sia del tutto sparito per offrire a mamme, bambini e loro famiglie le basi più sane per ogni passo che faranno insieme. Dalla relazione all’allattamento, la presenza di papà e partners in sala parto è un tassello fondamentale per le coppie che desiderano vivere questi momenti insieme. Non si tratta di un capriccio o un dettaglio ornamentale: è uno strumento di salute, un diritto della famiglia, uno scudo preventivo nei confronti del neonato indispensabile e insostituibile.

“I genitori non vanno intesi e gestiti alla stregua di comuni visitatori, bensì come principali caregivers, ovvero come veri e propri prestatori di cure (…) e per questo indispensabili ed insostituibili.

Va bene la pandemia, va bene i protocolli di prevenzione dei contagi ma dopo due anni non siamo più in un’emergenza inaspettata, siamo in una situazione difficile con cui è necessario convivere. E convivere significa anche convivere bene.

È tempo di superare l’inerzia organizzativa che ha caratterizzato questi mesi. “Inerzia organizzativa” non sono parole nostre, è esattamente quello che nominano nel documento gli Enti che lo sottoscrivono (tra cui Società Italiana di Neonatologia, Società Italiana di Pediatria e Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia per nominarne solo 3 e darvi un senso del peso dei coinvolti).

Se nell’ospedale in cui avete scelto di partorire vi dicono ancora che il papà del vostro bambino non può entrare ora lo sapete chiaramente: non è per ragioni sanitarie legate alla pandemia ma per inerzia organizzativa. Con un bel sorriso e con la grazia e la grinta di chi sa che l’unica arma che abbiamo per cambiare il mondo è giocare la nostra parte, condividete con il personale il documento ufficiale che trovate qui sotto.

È arrivata la cavalleria: dopo due anni siamo ancora in una fase incerta e (per usare un eufemismo) un po’ stancante di questa melmosa pandemia, ma i bambini possono ufficialmente ricominciare a nascere trovando ad accoglierli entrambi i loro genitori indispensabili e insostituibili!

Pic credit @monetnicolebirth

Può capitare che nel caos dicembrino ci perdiamo una cosa bella come questo documento, per fortuna c’è la nostra fantastica community di Referenti Certificate: una piccola cavalleria interna sempre pronta a lanciare un messaggio positivo alle altre! Questa volta un bel grazie per averci aiutate ad amplificare una bella notizia per voi va alla nostra Referente Certificata BabyBrains® Cristina Biollo.

L’UNICO GENITORE PERFETTO

L’UNICO GENITORE PERFETTO

Al di là del nostro rapporto con la spiritualità, siamo in tantissimi ad aver adottato le tradizioni del Natale cristiano. Abbiamo quasi tutti un calendario dell’avvento e un albero luccicante, ci stiamo tutti preparando a un periodo di feste in famiglia, a mangiare bene (e tanto, quasi sicuramente troppo!) e a scambiarci regali.

Genitori e nonni si commuovono pensando a quanto Gesù bambino assomigli all’ultimo nato della famiglia (se è anche il primo poi, non ne parliamo!). Magari qualcuno si rende conto di quanto abbia la vita facile rispetto a Maria e Giuseppe, costretti a viaggiare e ad avere un parto a domicilio… di mucche e asini però!

Eppure la cosa natalizia più bella di tutte di tutte rimane nascosta in piena vista. Forse perché ci sembra troppo bella per essere vera. Ma guardiamoci: oltre alle belle emozioni (più o meno prescritte, più o meno provate), alle decorazioni e ai regali, vediamo se per caso possiamo trovare anche qualche spunto sensato per il nostro modo di essere genitori.

Sì perché Natale è una storia di genitorialità perfetta (l’unica, a nostra conoscenza).

È la storia di un papà che trova l’unico modo possibile per mettersi in relazione con il suo bambino che fa i capricci.

Hai presente quando rinunci alla tua serata Netflix per ascoltare i racconti sul cuore di tua figlia, prevedibilmente spezzato dal belloccio di turno? O quando abbandoni la tua tazza di tè caldo (l’unica che sei riuscita a preparati oggi) per metterti in ginocchio e dare a tuo figlio quell’abbraccio di cui ha tanto bisogno, ora che è scivolato e ha sbattuto i denti (glielo avevi detto mille volte che per salire sullo scivolo si usa la scaletta!!). O quando rinunci all’idea di farti la doccia oggi perché c’è un solo posto in cui il tuo neonato riesce a stare bene… ed è attaccato a te.

Ecco così… ma a livello cosmico. E a un prezzo incalcolabile. Come se tu fossi davvero infinita/o ed accettassi di diventare limitata/o perché quello è l’unico modo in cui la tua bambina o il tuo bambino può vederti.

Come se tu fossi davvero onnipotente, come se tu fossi la cosa più infinitamente meravigliosa e perfetta, come se avessi il potere di essere in tutti i luoghi allo stesso tempo… e rinunciassi a tutto questo per diventare limitata/o come un essere umano, perché questa è l’unica via che ti permette di parlare con tua figlia o tuo figlio e farle/gli vedere come dovrebbe fare le cose. Per il suo stesso bene e per il bene di tutto, in realtà.

Fai lo sforzo fino in fondo, incluso sottometterti al processo di strizzare prima meconio, poi cacca gialla e infine cacca marrone fuori dal tuo intestino. Ti rendi terribilmente vulnerabile e ti esponi nei luoghi e nei tempi più sgradevoli e rischiosi. Ed è solo l’inizio. Lo fai sapendo bene (perché sei anche onnisciente) che tua/o figlia/o non solo non ti riconoscerà, ma ti prenderà pure in giro, ti insulterà, ti torturerà e ti ucciderà.

Ti metti al suo livello per darle/gli una chance.

Perché la/o ami.

Natale è la storia di questo tipo di amore di un papà per i suoi bambini.

Al minimo, è una bella storia potente, da cui noi genitori post-pandemici (mid-pandemici? ri-pandemici? Come vogliamo chiamarci, in questa fase che si fa sentire come un ritrovarsi nella palude dopo aver fugacemente sperato di esserne usciti?) possiamo trarre ispirazione.

O magari è una storia vera….

25 Novembre 2021. A volte la violenza si traveste da aiutino.

25 Novembre 2021. A volte la violenza si traveste da aiutino.

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Nonostante le campagne di sensibilizzazione e i passi avanti che sono stati fatti negli ultimi decenni, c’è ancora moltissima strada da fare. È evidente e siamo grate a tutti coloro che oggi lo ricordano e si impegnano per migliorare le cose.

Da parte nostra, oggi vogliamo concentrare la nostra attenzione sulla violenza in incognito. Quella violenza nascosta e subdola che mina la salute e il potere della donna e che è offerta spesso come un aiuto gentile da parte di che “ne sa di più”.


Vogliamo oggi ricordare che è violenza subordinare i bisogni di due persone scomodamente potenti e vulnerabili (mamma e bambino) alla comodità, all’abitudine, al “qui si fa così” al “dai che a Natale siamo tutti a casa”.
È violenza ogni volta che non ci si mette al servizio dell’altro, a servizio della vita. Soprattutto dopo aver pronunciato certi giuramenti, che comprendono promesse di “perseguire con la persona assistita una relazione di cura fondata sulla fiducia e sul rispetto dei valori e dei diritti di ciascuno e su un’informazione, preliminare al consenso, comprensibile e completa; di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona”.

Guardiamoci da questa violenza nascosta e tanto comune. Ricordiamoci che esiste e, se dovessimo sentirci aggredite, pensiamoci due volte prima di archiviare la cosa come un capriccio da bambina viziata. Riconoscere la violenza e denunciarla è parte di contribuire a un mondo migliore.

Ricordiamoci anche che, a volte, a perpetrare questa violenza possiamo essere proprio noi. Magari per abitudine, magari perché lo fanno tutti, magari perché eravamo stanche o andavamo di fretta. Sempre perché non l’avevamo riconosciuta. Riconoscere la violenza sulle donne e disattivarla anche in noi stesse è il primo passo verso un mondo in cui tutti possano davvero realizzare il loro potenziale.

Giuramento di Ippocrate – versione aggiornata nel 2014

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione;
di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona cui con costante impegno scientifico, culturale e sociale ispirerò ogni mio atto professionale;
di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute;
di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte;
di non intraprendere né insistere in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, senza mai abbandonare la cura del malato;
di perseguire con la persona assistita una relazione di cura fondata sulla fiducia e sul rispetto dei valori e dei diritti di ciascuno e su un’informazione, preliminare al consenso, comprensibile e completa;
di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona;
di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina, fondato sul rigore etico e scientifico della ricerca, i cui fini sono la tutela della salute e della vita;
di affidare la mia reputazione professionale alle mie competenze e al rispetto delle regole deontologiche e di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
di ispirare la soluzione di ogni divergenza di opinioni al reciproco rispetto;
di rispettare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che osservo o che ho osservato, inteso o intuito nella mia professione o in ragione del mio stato o ufficio;
di prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente
di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della professione.
Credit: Noah Avery

Sani e salvi. Lo siamo davvero?

Sani e salvi. Lo siamo davvero?

Salute e benessere: che relazione c’è tra queste due parole? Sono sinonimi? Contrari? Sono termini complementari? Provare a scomporre l’eco che hanno sulla nostra vita, la forma che danno al nostro pensare e al nostro fare, può essere un gioco interessante. Soprattutto in tempi di zone rosse, gialle e leopardate.

Se pensiamo alla “salute” (che, dice, se c’è quella c’è tutto) probabilmente stiamo già automaticamente entrando nel campo del corpo: nella parola salute, per molti di noi, balugina in fretta la vetrina di una farmacia, l’apparato infinito di strumenti e prodotti che la nostra cultura ha prodotto per ‘salvare’ quel corpo che siamo dalle sue inevitabili falle. Sotto la salute, non a caso, c’è proprio la salvezza: salus e salvus, in latino si portano per mano. I “saluti”, cordiali (dal cuore) o distiniti (un po’ più a distanza), che ancora ci mandiamo, sotto erano un augurio di salute, di salvezza. Insieme al “grazie”, rimandavano a un Dio che si sperava amorevole e benevolo. Soprattutto in ascolto.

“Sano e salvo” è binomio antico. Nella ‘salute’, c’è un elemento di speranza profondo e, appunto, salvifico. Ma quella salvezza che sta dentro la salute, da cosa ci salverebbe? E poi, chi potrebbe portarla? Si è salvi quando ci si allontana da un pericolo: e quale peggiore pericolo che quello di morire? Salute, diventa molto in fretta lo stato che ci allontana dal pericolo per definizione, quindi dalla morte. Per confondere salute e vita stessa basta un passo. E un passo molto corto.

L’esperienza del corpo sembra rendere più che mai vero che ‘nessuno si salva da solo’: la dipendenza della salute da tecnica e professionalità esterne ci pare cosa ovvia. Ma, come ci ricorda Ivan Illich[1], “salute, dopo tutto, è semplicemente una parola del linguaggio quotidiano che designa l’intensità con cui gli individui riescono a tenere testa ai loro stati interni e alle condizioni ambientali.” Nella salute c’è una componente di autonomia che è presto perduta, quando la salute/vita dipende da altri che ce la fanno mantenere: il vuoto di senso che può aprirsi merita attenzione.

La morte non è il contrario della vita, ma la sua controparte inevitabile. Dove c’è vita c’è anche morte. La vita c’è, e la salute ne è parte possibile e auspicabile ma non sempre necessariamente integrante. Forse è controintuitivo oggi per molti, ma salute e morte possono serenamente convivere. C’è salute possibile persino in una morte, quando essa è attraversata e accompagnata con l’umanità che può distinguerci.

Altra cosa è il benessere. Nel benessere non c’è dinamica salvifica, c’è piuttosto una dinamica statica. Dovrebbe essere uno stare-bene: uno stare fisico e psichico, un essere nella quiete e nella pienezza rotonda della serenità. Il benessere, nella nostra lingua, parla in realtà di qualcosa di più di uno stare: parla di una condizione prospera di fortuna e agiatezza, che può essere inteso anche collettivamente come larga disponibilità di beni di consumo e distribuzione equa della moneta. Tutto sommato nel benessere più che uno stare bene sembra esserci già un pizzico di “stare meglio di altri”, e in modo molto economicamente connotato.

E così, mentre la salute sembra presto coincidere con la vita stessa, si apre dall’altro lato un ulteriore grosso malinteso: quello che il benessere abiti in agiatezza abbondante. È il lato del “benessere” subdolo e viscido, per esempio, di quei centri sempre più diffusi in molte città dove una forma di prostituzione neanche troppo velata e di parecchio dubbia spontaneità viene esercitata con licenza legalissima di centro massaggi. Ma per la lingua comune quello resta comunque un centro benessere.

Nel benessere così inteso c’è già uno scivolone possibile: quello dell’abbondanza, con tutto il rischio di soffocamento che essa porta. L’abbondanza di cose e oggetti: procurata a scapito del pianeta. L’abbondanza di soddisfazione di desideri immediati con la sua controparte, l’abbondanza di diritto di scelta: procurati a scapito di individui più vulnerabili.

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Prendiamo l’assistenza alla maternità per esempio: nei paesi del mondo dove l’accesso all’assistenza ostetrica e ginecologica porta salute, là dove si raggiunge finalmente quel 10% che l’OMS stima come percentuale ideale di tagli cesarei, c’è salute davvero. C’è la salute/salvezza reale di alcune mamme e bambini che senza quelle cure sarebbero morti. Il benessere di un’altra parte di mondo diventa quella tale abbondanza di cura che stima tutti come potenzialmente malati e nel suo filtro iatrogeno soffoca la salute. È quello che si riassume come too much too soon[2]: una tale abbondanza di interventi e risorse possibili, che in certi casi si rivelerebbero utilissimi, a cui si ricorre appunto troppo e troppo presto. Quel troppo di intervento che, come tanti professionisti ripetono allo sfinimento e tanti luoghi ancora si ostinano a ignorare, si rivela presto iatrogeno.

È quel benessere asfittico che ha aiutato la salute a inerpicarsi in cima alla scala dei valori, a scalzare la vita stessa. È la salute del corpo a scapito dell’esperienza della persona, particolarmente in quei momenti in cui la vita urla più forte la sua immensità. Alla nascita, cervici osservate con maggior intensità e interesse che non gli occhi delle loro proprietarie. Corpi appena nati misurati, pesati, lavati e vestiti: “mamma e bambino stanno bene” a coprire traumi irriconoscibili e inammissibili. Alla morte, la “salute” di corpi morenti maneggiati ma mai carezzati; valori misurati come si osserva in provette chimiche. La salute impossibile di persone lasciate sole.

Nel dolore, nella fatica, nella paura e nello sconforto: in questi luoghi l’umano mostra le sue risorse ineguagliabili. In un cesareo epico che salva una vita. In un satellitare di ingegneria sofisticata che porta l’elicottero sulla duna giusta della valanga prima che sotto sia finita l’aria. Ci ritroviamo sani e salvi, quando siamo fortunati. Mortali però lo siamo sempre e comunque. Guardiamola negli occhi a testa alta questa morte; azzardiamo l’idea che oltre quella soglia ci sia un oltre e magari davvero anche una salvezza, o limitiamoci a prenderla come un fatto solido che è inutile rimuovere. Quale che sia la nostra fede, ricordiamoci di Socrate che al male sicuro dell’esilio dalla sua amata città, preferiva la morte, che del resto, diceva lui, nessuno sa se sia o no un male. Stare in buon equilibrio sull’abisso della nostra mortalità è forse il picco massimo del benessere, quello vero, che può salvare davvero la vita: lasciarcela vivere e gustare anche nel dolore, nella mancanza di salute e fino all’ultimo respiro.

Questo articolo è comparso per la prima volta sul numero 114 “Creare salute” di DeD, la rivista per donne e ostetriche diretta da Verena Schmid. Per abbonamenti o numeri arretrati visita il sito di Seao Edizioni.


[1] Ivan Illich e Legoprint, Nemesi medica: l’espropriazione della salute, Milano, Red!, 2013).

[2] https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(16)31472-6/fulltext

Pensare la nascita, pensare le donne, pensare la società

Pensare la nascita, pensare le donne, pensare la società

“Il sistema biomedico, che caratterizza e plasma il modello di accompagnamento alla gravidanza e al parto della nostra società, non è affatto neutro. Porta con sé precisi e potenti aspetti pragmatici sia simbolici che politici.” È l’antropologa Annalisa Garzonio a parlare: lo sguardo antropologico aiuta proprio a mettere in luce quanto relativa sia ogni visione che ci riguarda a proposito della nostra esistenza.

Da un punto di vista sugli ormoni femminili può passare anche una riflessione sulla società in cui viviamo, non è cosa da poco…

Qui vi regaliamo il suo articolo “Cambiamo Habitus?”, scritto per il numero di D&D dedicato agli Estrogeni.

Insieme ad Annalisa, facciamo parte del comitato di redazione di DeD, la rivista per ostetriche e donne diretta da Verena Schmid.

Il numero dedicato agli estrogeni è qui mentre qui ci si può abbonare alla rivista.

Dormire fa bene al cervello?

Dormire fa bene al cervello?

#freshfromthelab è la nostra rubrica che vi porta i risultati delle ricerche più recenti (o addirittura ancora in corso!) direttamente dal Babylab di Birkbeck University, Londra. Oggi l’aggiornamento viene direttamente dalla ricercatrice che ha fatto lo studio e che per guardare nel cervello dei bambini anche mentre dormono ha realizzato un casco apposta…

Ciao, sono la dottoressa Louisa Gossé e ho appena concluso il mio dottorato al Babylab di Birkbeck. Il mio intero dottorato si è incentrato sul sonno dei bambini. Mi è sempre sembrato pazzesco che noi perdiamo coscienza ogni notte e ci risvegliamo 8 ore dopo (se tutto va bene) sentendoci riposati (si spera!). Ormai le ricerche dimostrano che il sonno è assolutamente fondamentale per noi adulti, ad esempio per ricordare e imparare informazioni, per mantenere l’attenzione o per il nostro sistema immunitario. Ma io trovavo davvero interessante quanto diverso è il sonno dei bambini rispetto a quello di noi adulti. Sicuramente, ho pensato, deve voler dire che in qualche modo è importante per lo sviluppo.

Quindi perché i bambini dormono fino a 18 ore al giorno, ma mai quando vogliamo noi? Come mai si svegliano così tante volte la notte? E perché alcuni bambini dormono meravigliosamente mentre altri fanno fatica? E, probabilmente la cosa più importante, il sonno è davvero essenziale per il loro sviluppo?

Questo è stato l’argomento che ho studiato durante il mio dottorato: volevo provare a capire che rapporto c’è tra il sonno e lo sviluppo durante il primo anno di vita di un bambino. Per farlo ho effettuato un ampio studio, durante un lungo lasso di tempo, utilizzando diversi metodi per valutare sia lo sviluppo che il sonno di alcuni bambini.

Photo by Tara Raye on Unsplash

Abbiamo scoperto che le abitudini di sonno infantile nella norma variano molto, ma generalmente hanno poco impatto sullo sviluppo comportamentale, misurato sia dai resoconti dei genitori che da misure di controllo oculare. Tuttavia, sembra che il sonno abbia un impatto sulle misure di sviluppo del cervello. In particolare, una qualità del sonno peggiore (la quantità di tempo passato svegli la notte) è correlata a determinati schemi di attività cerebrale. Pensiamo che lo svegliarsi la notte possa potenzialmente interrompere qualsiasi cosa stia succedendo nel cervello di un bambino durante il sonno.

Ma cosa questo significhi realmente non è ancora pienamente compreso. Quindi, ho condotto un secondo studio con l’obiettivo di capire cosa accade nel cervello durante un sonno scarso rispetto a un sonno normale nei bambini. Per studiare questo quesito ho sviluppato un caschetto su misura di neuroimaging senza cavi che sa darci informazioni sia sul sonno che sullo sviluppo cerebrale. Abbiamo costruito l’elmetto con sensori collegati ad un copricapo morbido fatto apposta per essere indossato comodamente dai bambini piccoli mentre dormono. Indossando il copricapo i bambini hanno dormito nel nostro laboratorio a Birkbeck. Quando si svegliano, mostriamo loro dei video mentre registriamo a quale informazione pongono maggiore attenzione con l’aiuto di una tecnologia che registra la direzione dello sguardo. Abbiamo raccolto anche informazioni riguardo a quanto bene i bambini dormono di solito.

Photo by Barbara Alçada on Unsplash

Sfortunatamente il mio studio è stato interrotto dalla pandemia di Covid-19, quindi non abbiamo ancora i risultati finali, ma per ora i dati sembrano indicare delle differenze nell’attività dei bambini durante il sonno. Il prossimo passo sarà collegare quelle differenze alla qualità del sonno, cosa che saremo in grado di fare una volta raccolti più dati.

Per riassumere, il sonno di un bambino potrebbe essere importante per il suo cervello ma forse non così tanto da vederne effettivamente la differenza ad un livello comportamentale!

Quali sono i consigli che potrei darvi per aiutare il vostro bambino a dormire meglio? Dipende molto dall’età e dall’ambiente familiare, ma sicuramente una routine calma e stabile ogni sera che evita l’esposizione a dispositivi elettronici è sempre un buon passo verso un sonno migliore, sia per il bambino che per i genitori. Per altri consigli, la pagina www.babysleep.com è un’ottima risorsa, con forte base scientifica e medica, sul sonno a qualsiasi età.

 

Scritto da Luisa Gossé

Traduzione dall’inglese di Monica Riggio