Bambini malposizionati? È (anche) questione di prendere posizione.

da | Mar 14, 2022 | Hypnobirthing - Il Parto Positivo, Parto | 0 commenti

 

© Michele Monasta

Tutta la nostra vita in fondo è un prendere posizione: fisica, con quello che facciamo del nostro corpo nello spazio, e mentale, con le idee e le opinioni che sviluppiamo riguardo a chi e cosa ci circonda. Spesso e volentieri le due posizioni si influenzano a vicenda, quasi sempre senza che ce ne rendiamo neanche conto.

In gravidanza l’ecosistema delle posizioni si allarga a macchia d’olio, intorno a una pancia abitata, al suo piccolo abitante e a chi li ospita. Dal giorno del concepimento, e forse già da prima, la donna e il suo bambino prendono posizione. Come sempre accade nella vita, lo fanno anche in risposta a ciò che li circonda. Banalmente, se nella pancia c’è un gemello, lo spazio a disposizione sarà ben diverso da quello che avrà allo stesso mese un altro bimbo.

La posizione del corpo è solo la punta dell’iceberg di quella serie di rimbalzi e posizionamenti che scandiscono l’evoluzione e l’interazione con l’ambiente esterno di ognuna e ognuno di noi. Ma è una punta di iceberg molto significativa.

Immaginiamo una mamma in travaglio nel Settecento che sentisse il desiderio impellente di mettersi a quattro zampe. Immaginiamo che la cultura della sua epoca l’avesse abituata a sospendere il giudizio e a obbedire passivamente all’autorità. Continuiamo a immaginare che il giudizio e l’autorità fossero basati non sul servizio alla paziente, ma sulle esigenze pratico-logistiche della struttura sanitaria e del suo personale. È così che ritroviamo la partoriente tipo con i piedi nelle staffe del lettino. Comodissima; per il dottore che la vuole esaminare. Non solo scomoda, ma in agonia dentro se stessa.* Quella posizione in sala parto ci parla di qualcosa di molto più grande della posizione di una donna che partorisce (che già è una cosa immensa): ci parla di un posizionamento culturale, un atteggiamento collettivo spesso e volentieri interiorizzato da chi ne fa le spese. È lo sguardo dell’autorità, lo sguardo del controllo, lo sguardo fin troppo spesso denunciato in molti ambiti, e particolarmente quello medico, di professionisti non al servizio ma al comando.

Serve allora fare un passo indietro: dentro e fuori le sale parto. Riconoscersi parte di un sistema di posizioni, molte delle quali hanno implicazioni concrete non solo su come stiamo ma anche su come funzioniamo.

“Che posizione ha tua suocera sul parto in casa?”o “Il mio ginecologo non ha una posizione molto aperta sul VBAC” sembrano frasi che parlano solo di opinioni, eppure gli effetti concreti nel vissuto di corpo e mente di una donna in attesa che dovesse desiderare uno di quei percorsi sono al confine del misurabile.

Ben oltre il confine del misurabile sono invece gli effetti concreti che la rete di posizioni intorno può generare sulla posizione del feto. Correlazioni, similitudini, echi di esperienze emotive sono spesso rintracciate in parte di quell’intreccio di atteggiamenti e movimenti che scandisce i posizionamenti fetali, ma quando qualcosa sfugge al determinismo prevedibile fatica ad imporsi all’attenzione. E si finisce col pensare che si esaurisca in una questione di parti del corpo distribuite nello spazio.

Un essere umano non è mai solo una questione di parti del corpo distribuite nello spazio, nemmeno nella pancia della sua mamma. Interazioni, risposte, relazioni che lo nutrono e influenzano fanno parte della sua esperienza costantemente.

L’ambiente esterno non è neutro rispetto all’andamento di una gravidanza. Dalla cultura che accompagna la narrativa sul parto, alle singole posizioni personali del cerchio di amici, familiari e professionisti coinvolti fino al portato personale di ognuna, c’è un intreccio inestricabile di posizioni che si influenzano a vicenda. Riconoscerle tutte, impossibile. Prevederne gli effetti, impossibile.

Ma se non è dato riconoscere né prevedere, resta il grande strumento di non ignorare che siamo parte di qualcosa che ci sfugge. E il modo in cui ci posizioniamo, ogni singola volta di fronte a una nuova vita che inizia, è già parte di quella vita.

* Estratto, come altre parti di questo articolo, dal libro “Il Parto Positivo. Diventare mamma con scienza e con amore” Mondadori, 2021 di Silvia Dalvit e Cecilia Antolini.

Questo articolo è stato scritto per il numero 116 della Rivista D&D, la rivista per donne e ostetriche diretta da 30 anni da Verena Schmid. Info, abbonamenti e numeri arretrati qui.

 

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