Sani e salvi. Lo siamo davvero?

Salute e benessere: che relazione c’è tra queste due parole? Sono sinonimi? Contrari? Sono termini complementari? Provare a scomporre l’eco che hanno sulla nostra vita, la forma che danno al nostro pensare e al nostro fare, può essere un gioco interessante. Soprattutto in tempi di zone rosse, gialle e leopardate.

Se pensiamo alla “salute” (che, dice, se c’è quella c’è tutto) probabilmente stiamo già automaticamente entrando nel campo del corpo: nella parola salute, per molti di noi, balugina in fretta la vetrina di una farmacia, l’apparato infinito di strumenti e prodotti che la nostra cultura ha prodotto per ‘salvare’ quel corpo che siamo dalle sue inevitabili falle. Sotto la salute, non a caso, c’è proprio la salvezza: salus e salvus, in latino si portano per mano. I “saluti”, cordiali (dal cuore) o distiniti (un po’ più a distanza), che ancora ci mandiamo, sotto erano un augurio di salute, di salvezza. Insieme al “grazie”, rimandavano a un Dio che si sperava amorevole e benevolo. Soprattutto in ascolto.

“Sano e salvo” è binomio antico. Nella ‘salute’, c’è un elemento di speranza profondo e, appunto, salvifico. Ma quella salvezza che sta dentro la salute, da cosa ci salverebbe? E poi, chi potrebbe portarla? Si è salvi quando ci si allontana da un pericolo: e quale peggiore pericolo che quello di morire? Salute, diventa molto in fretta lo stato che ci allontana dal pericolo per definizione, quindi dalla morte. Per confondere salute e vita stessa basta un passo. E un passo molto corto.

L’esperienza del corpo sembra rendere più che mai vero che ‘nessuno si salva da solo’: la dipendenza della salute da tecnica e professionalità esterne ci pare cosa ovvia. Ma, come ci ricorda Ivan Illich[1], “salute, dopo tutto, è semplicemente una parola del linguaggio quotidiano che designa l’intensità con cui gli individui riescono a tenere testa ai loro stati interni e alle condizioni ambientali.” Nella salute c’è una componente di autonomia che è presto perduta, quando la salute/vita dipende da altri che ce la fanno mantenere: il vuoto di senso che può aprirsi merita attenzione.

La morte non è il contrario della vita, ma la sua controparte inevitabile. Dove c’è vita c’è anche morte. La vita c’è, e la salute ne è parte possibile e auspicabile ma non sempre necessariamente integrante. Forse è controintuitivo oggi per molti, ma salute e morte possono serenamente convivere. C’è salute possibile persino in una morte, quando essa è attraversata e accompagnata con l’umanità che può distinguerci.

Altra cosa è il benessere. Nel benessere non c’è dinamica salvifica, c’è piuttosto una dinamica statica. Dovrebbe essere uno stare-bene: uno stare fisico e psichico, un essere nella quiete e nella pienezza rotonda della serenità. Il benessere, nella nostra lingua, parla in realtà di qualcosa di più di uno stare: parla di una condizione prospera di fortuna e agiatezza, che può essere inteso anche collettivamente come larga disponibilità di beni di consumo e distribuzione equa della moneta. Tutto sommato nel benessere più che uno stare bene sembra esserci già un pizzico di “stare meglio di altri”, e in modo molto economicamente connotato.

E così, mentre la salute sembra presto coincidere con la vita stessa, si apre dall’altro lato un ulteriore grosso malinteso: quello che il benessere abiti in agiatezza abbondante. È il lato del “benessere” subdolo e viscido, per esempio, di quei centri sempre più diffusi in molte città dove una forma di prostituzione neanche troppo velata e di parecchio dubbia spontaneità viene esercitata con licenza legalissima di centro massaggi. Ma per la lingua comune quello resta comunque un centro benessere.

Nel benessere così inteso c’è già uno scivolone possibile: quello dell’abbondanza, con tutto il rischio di soffocamento che essa porta. L’abbondanza di cose e oggetti: procurata a scapito del pianeta. L’abbondanza di soddisfazione di desideri immediati con la sua controparte, l’abbondanza di diritto di scelta: procurati a scapito di individui più vulnerabili.

Photo by Jasmin Sessler on Unsplash

Prendiamo l’assistenza alla maternità per esempio: nei paesi del mondo dove l’accesso all’assistenza ostetrica e ginecologica porta salute, là dove si raggiunge finalmente quel 10% che l’OMS stima come percentuale ideale di tagli cesarei, c’è salute davvero. C’è la salute/salvezza reale di alcune mamme e bambini che senza quelle cure sarebbero morti. Il benessere di un’altra parte di mondo diventa quella tale abbondanza di cura che stima tutti come potenzialmente malati e nel suo filtro iatrogeno soffoca la salute. È quello che si riassume come too much too soon[2]: una tale abbondanza di interventi e risorse possibili, che in certi casi si rivelerebbero utilissimi, a cui si ricorre appunto troppo e troppo presto. Quel troppo di intervento che, come tanti professionisti ripetono allo sfinimento e tanti luoghi ancora si ostinano a ignorare, si rivela presto iatrogeno.

È quel benessere asfittico che ha aiutato la salute a inerpicarsi in cima alla scala dei valori, a scalzare la vita stessa. È la salute del corpo a scapito dell’esperienza della persona, particolarmente in quei momenti in cui la vita urla più forte la sua immensità. Alla nascita, cervici osservate con maggior intensità e interesse che non gli occhi delle loro proprietarie. Corpi appena nati misurati, pesati, lavati e vestiti: “mamma e bambino stanno bene” a coprire traumi irriconoscibili e inammissibili. Alla morte, la “salute” di corpi morenti maneggiati ma mai carezzati; valori misurati come si osserva in provette chimiche. La salute impossibile di persone lasciate sole.

Nel dolore, nella fatica, nella paura e nello sconforto: in questi luoghi l’umano mostra le sue risorse ineguagliabili. In un cesareo epico che salva una vita. In un satellitare di ingegneria sofisticata che porta l’elicottero sulla duna giusta della valanga prima che sotto sia finita l’aria. Ci ritroviamo sani e salvi, quando siamo fortunati. Mortali però lo siamo sempre e comunque. Guardiamola negli occhi a testa alta questa morte; azzardiamo l’idea che oltre quella soglia ci sia un oltre e magari davvero anche una salvezza, o limitiamoci a prenderla come un fatto solido che è inutile rimuovere. Quale che sia la nostra fede, ricordiamoci di Socrate che al male sicuro dell’esilio dalla sua amata città, preferiva la morte, che del resto, diceva lui, nessuno sa se sia o no un male. Stare in buon equilibrio sull’abisso della nostra mortalità è forse il picco massimo del benessere, quello vero, che può salvare davvero la vita: lasciarcela vivere e gustare anche nel dolore, nella mancanza di salute e fino all’ultimo respiro.

Questo articolo è comparso per la prima volta sul numero 114 “Creare salute” di DeD, la rivista per donne e ostetriche diretta da Verena Schmid. Per abbonamenti o numeri arretrati visita il sito di Seao Edizioni.


[1] Ivan Illich e Legoprint, Nemesi medica: l’espropriazione della salute, Milano, Red!, 2013).

[2] https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(16)31472-6/fulltext


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