Le cicatrici invisibili

Perché nasca una mamma, qualcosa deve frantumarsi. È inevitabile.

La prima cicatrice invisibile è piccola come la seconda lineetta del test di gravidanza: attesa o inaspettata, quella righetta rosa è un punto/ponte, solitario ed ostinato, teso sull’abisso tra una donna com’era e come sarà. E far combaciare i lembi è affare da chirurgia poetica avanzata. Per alcune su quell’abisso si stenderà un ricamo, per altre un rammendo. Un ponte sospeso di speranza e di timore. L’importante è che regga. Molte stanno già accompagnando il bambino all’asilo e se un dito invisibile provasse a carezzarle (cosa di cui peraltro molto avrebbero bisogno), potrebbe sentire persino ora il segno di pelle sovrapposta in quel punto tra il chi ero e il chi sarò che ha appena iniziato ad ammorbidirsi veramente.

C’è una cicatrice invisibile in moltissimi parti. Spesso si nasconde dietro ‘L’importante è che il bambino stia bene’, taciuta e nascosta persino da chi potrebbe mostrarla. È la cicatrice di parti assistiti con malagrazia, secondo modelli protocollari di assistenza post-industriale. Mamma e bambino stanno bene, certo. Ma cosa hanno lasciato sulla loro pelle quella luce, quelle mani, quelle voci? Bruciature invisibili di nascite che avrebbero potuto essere più dolci, e la donna magari nemmeno lo sa. Lasciano quei segni strani, di quelli che non si capisce bene come ce lo siamo procurato. Resta l’ombra di un dubbio dolente.

A volte invisibile, una cicatrice, lo è solo per la posizione. C’è, eccome. Ma andare a guardare là sotto, dove è così doloroso sedersi, non sembra molto allettante. I punti si stanno rimarginando, ci dicono. È stato solo un taglietto, ci dicono. Ma a sentire con il dito c’è un corpo estraneo e doloroso. Mesi dopo, quando ormai tutte le funzioni sono tornate si spera normali, una donna potrebbe avere la curiosità di andare a controllare. E scoprire la vera dimensione di quel taglio. Sentirla improvvisamente lì sotto i suoi occhi, le dita e i ricordi. Sbattuta in faccia con l’evidenza di una violenza imbarazzante.

Le mamme hanno bisogno di avere risorse interne di grande amore per se stesse: amore che si può dare e si sa anche riconoscere o esigere da altri. Amore di cui si sa godere, senza sentirsi spalle al muro, quando ne siamo le destinatarie, uniche e insostituibili. A volte queste risorse crescono testarde come piantine di montagna, a chiudere invisibili cicatrici ricucite con ostinazione sui buchi lasciati nel bagaglio della bambina che si è state. È la cicatrice invisibile di chi ha saputo perdonare e andare oltre. L’altro lato della stessa cicatrice che invece ancora brucia a chi ha intorno nonne che sembrano dimenticare chi sia la mamma ora.

Sono invisibili le cicatrici nascoste sulle ginocchia sotto i jeans, ricordi di giochi di infanzia dove il male del cadere è stato condizione necessaria per imparare a rialzarsi. Sono ancora invisibili, ma ci sono momenti di penombra in cui una mamma già le intravede addosso al suo bambino. Dovrà crescere. Non si potrà proteggerlo da tutto. Sono invisibili, eppure a volte si posano sullo sguardo come il velo di quella gioia insopportabile del pensiero di sapere i figli in crescita.

La cicatrice fa parte del corredo basilare per crescere; nasciamo intorno a un ombelico d’altra parte, l’unica cicatrice che accompagna tutti per la vita. Abbiamo un baricentro che è esso stesso unione dei due lembi della vita e della fatica di preservarla, nutrirla e farla crescere. Cicatrice visibilissima, che resta però invisibile nel nostro dimenticare che lo è.

L’apertura da cui nasce una mamma deve lacerarsi. Può farlo con potenza delicata, come un big-bang dolcissimo e privato che lascia due vite pulsanti in comunicazione: il più positivo dei parti, la più supportata delle puerpere, il più consolabile dei neonati. Ma anche in quel caso, se qualcuno provasse a scorrere il suo dito invisibile sul contorno del profilo di quella diade particolarmente favorita dalla sorte, sentirebbe inevitabilmente i punti frastagliati e induriti di piccole cicatrici che hanno chiuso ferite non meno dolorose solo perché invisibili agli occhi.  Non serve sempre sapere dove siano; la verità è che nemmeno chi le porta addosso sa sempre con certezza dove accompagnare il dito per sentirle. Ma serve ricordare che ci sono con certezza, e probabilmente si stanno ancora rimarginando. Fa parte dell’essere diventata mamma: dopo aver visto un’identità squarciarsi, e con essa il corpo, si è rimontata i pezzi in una forma nuova.

Sono spesso cicatrice invisibili perché la mamma ha avuto la saggezza oppure l’istinto – quando si tratta di neomamme le due cose tendono a sovrapporsi e a tratti equivalersi –  di leccare in fretta e prontamente.

Questo articolo è apparso per la prima volta sul numero 109 di DeD, la rivista per donne e ostetriche diretta da Verena Schmid. Per abbonamenti o acquisto numeri arretrati visita il sito https://seaoedizioni.it/


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