La soluzione definitiva al problema delle coliche

Il bambino piange.

Piega le gambe, inarca la schiena, si dispera. Emette un po’ di gas dalla pancia.

Quindi ha le coliche.

Ovvio, no? NO!

Dopo averci convinte che il parto per noi donne debba essere necessariamente un calvario e che l’unica via di uscita sensata sia l’intervento pietoso dell’anestesista, la nostra cultura ci ha convinte che è normale che i neonati piangano disperatamente e che spesso l’unica possibile salvezza siano goccine, sondine o altre diavolerie.

Adesso però fermiamoci un attimo e riflettiamo. Cercando risposte logiche, ci eravamo già dette che l’ipotesi che Madre Natura, Dio o l’Ammasso Casuale di Atomi avesse toppato i meccanismi di parto solo del mammifero umano ci sembrava assai infondata.

Ugualmente, a noi sembra quanto mai discutibile l’ipotesi che sia solo il cucciolo umano quello facilmente incline a pianto e disperazione nei primi mesi di vita.

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I bambini piangono, spesso molto, è vero. Ma -come ci siamo già dette parlando di cesarei di emergenza– non sempre quello che è necessario è anche inevitabile.

Noi siamo fermamente convinte che quello delle coliche sia un circolo vizioso e soprattutto culturale. Un circolo vizioso e perverso che inizia spesso con le prime lineette del test di gravidanza per continuare poi con quella disconnessione costante da noi stesse e dai nostri bambini che puntella narrativa e pratiche intorno a parto e maternità. Siamo forse impazzite? In effetti, sostenere che il pianto disperato di un neonato possa essere iniziato con il test di gravidanza suona un po’ azzardato. Ma tant’è.

Gli esseri umani vengono al mondo con una serie di bisogni precisa. Purtroppo da qualche parte -sotto la difesa collettiva nei confronti delle ansie della vita forse; o dietro le pubblicità dei prodotti per l’infanzia- quei bisogni si sono ritrovati compattati e sistematizzati, soprattutto ridotti. Più o meno esplicitamente si crede -o si fa finta di credere- che davvero un neonato possa avere solo bisogno di mangiare, essere cambiato, fare aria di sopra e di sotto. Forse dormire (anche se quello per stanchezza continua a essere uno dei pianti più comunemente tradotto in coliche). Che il neonato abbia un bisogno totale e assoluto di comunicazione, è un dettaglio che si è perso. Si è perso nel modo in cui erano (e sono tuttora!) maneggiati i bambini alla nascita. Si è perso nella separazione della mamma e poi nel ricongiungerli all’ombra dei protocolli e degli inglesismi.

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Resta l’istinto materno a salvarci. Ma che fatica riattivarlo, riscoprirlo, riascoltarlo, soprattutto dopo esserci lasciate travolgere da parto e gravidanza come processi a noi estranei da subire e da cui farci salvare. Soprattutto dietro il brusio delle zie e delle vicine di casa e le musichine delle pubblicità del latte anti-colica.

L’idea che siano coliche la ragione di quel gran piangere e quindi tutto sommato cose estranee al nostro controllo, può essere d’altronde abbastanza rassicurante. È un po’ come le infinite ragioni per cui un bambino si è incastrato nel canale del parto: qualcosa di estraneo, esterno e incontrollabile (un bambino troppo grande o un cordone intorno al collo, per nominare solo due esempi dei miti folkloristici più radicati) pone un ostacolo…il focus della responsabilità può serenamente spostarsi a quello del fato e per fortuna ci sono strumenti esterni (forcipi o sondini in questo si equivalgono) e esperti che li sanno maneggiare per sbloccare la situazione.

I bisogni degli esseri umani, dicevamo. Il pianto è una forma di comunicazione. Quella più efficace nel trasmettere il senso del bisogno. In teoria. C’è qualcosa di più complesso però nel nostro essere animali umani: quella comunicazione non verbale e istintiva che agli altri mammiferi viene spontanea con noi trova sempre il solito ostacolo. Quella neo-corteccia, la stessa  parte del cervello razionale (che guarda caso gli altri mammiferi non hanno) che si mette in mezzo così spesso e volentieri al parto.

Se tutta la gravidanza e il parto sono all’insegna di un approccio razionale, controllato e spesso impaurito a quanto accade, è facile pensare che lo stesso approccio possa a volte -non sempre, l’istinto a volte si impone- colorare la relazione ai nostri bambini (che è poi quello a cui umilmente cerchiamo di offrire un’alternativa con il nostro libro).

Non è un caso che la stragrande maggioranza delle mamme che hanno partorito con un parto dolce e rispettato, senza interferenze e possibilmente senza elementi chimici a sbarellare gli ormoni di tutti, ti dicano: “È un bambino tranquillissimo!”.

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Image by Joren Aranas

Uno degli articoli più condivisi della rivista dei pediatri UPPA è quello intitolato “Le coliche del neonato non esistono“. Ogni volta che qualcuno lo posta da qualche parte piovono commenti di mamme seriamente convinte che quelle del loro bambino fossero coliche e gli autori di UPPA dei grandi buontemponi se non peggio.

Certo, può ben capitare che un bambino abbia mal di pancia, o mal di orecchie o anche una spalla lussata da un parto assistito male (storia di prima mano). Il pianto da dolore fisico non è impossibile. Ma quando nostro figlio ha le coliche, come magari ci dicono le zie avevamo noi da piccole (probabilmente negli anni 80 dopo parti a cui è meglio non ripensare); quando ha le coliche come tutti i figli delle nostre amiche -fuori e dentro i gruppi Facebook- che ci consigliano goccine magiche… Ecco, in quel caso, fermarsi a chiedersi se quel bambino non stia gridando qualcos’altro…può essere una buona idea. Per lui, che una prima infanzia dolce e serena potrebbe apprezzarla; ma anche per noi, che nella relazione con lui e nel saperlo capire troveremo una magia che non sapevamo di avere. E che nessuna goccina del farmacista può uguagliare.

Che tu sia già mamma, magari alle prese con un bambino “con coliche”, o che il tuo bambino sia ancora dentro la pancia e si prepari per nascere, il messaggio è lo stesso: solo nella comunicazione, vera, aperta e connessa, con te stessa e il tuo piccolino c’è la chiave che spegne il suo pianto (e, francamente, anche il tuo).

Ogni volta che pensiamo al pianto dei bambini -appena nati, ma anche nei giorni a seguire- ci torna in mente il video della nascita di questo piccolo rinoceronte. Possibile che i primi istanti di vita di un rinoceronte accarezzato da un corno -UN CORNO!!!- abbiano davvero diritto a così tanta più dolcezza di quelli di tanti piccoli umani? E ci scommettiamo quello che volete: a questo rinoceronte, le coliche non verranno…

Prevenire le coliche si può: ogni giorno di gravidanza, al momento del parto e ogni ora a seguire. Perché quella che la cultura occidentale post anni ’50 chiama colica, il bambino chiama “guardami, parlami, toccami”. E se può farlo un corno di esorcizzare le “coliche”, possiamo farlo anche noi. Abbiamo tutte un piccolo corno da qualche parte ma dobbiamo metterci molto vicine al nostro bambino per trovarlo.

Concediamocelo. Concediamolo ai nuovi piccoli umani. È urgente. E possibile.

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Image Mirror

 

 

 

 

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Una risposta a "La soluzione definitiva al problema delle coliche"

  1. Ho avuto un parto naturale e positivo, me lo sono preparato dopo aver scoperto il vostro sito, e grazie all’aiuto di un’ostetrica meravigliosa. Nonostante ciò, la mia bimba, che ha oggi un mese e mezzo, è una di quelle che piangono tanto. La tengo in braccio il più possibile, anche di notte, la allatto a richiesta e cerco di farla sentire il più possibile coccolata, ma ci sono certi giorni che piange per ore e alla fine piango anche io… Ovviamente tutti mi dicono che ha mal di pancia, mentre a me sembra piuttosto nervosa, arrabbiata… Ma perché? Non capisco cosa sbaglio… Avete qualche suggerimento? Grazie 🙂

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