Una nascita in fuga

Marianna Addonizio oggi è una delle nostre Educatrici sul territorio. In passato ha lavorato come Operatrice Internazionale e collaborato a sviluppare diversi progetti legati al mondo della maternità in varie zone del mondo. Siamo state molto orgogliose di lei e felici per lei quando questo suo pezzo è comparso, insieme ad altri tra cui uno nostro, sullo speciale n. 100 della prestigiosa rivista per ostetriche DeD. Marianna ha una forza e un’apertura, di mente e di sguardi, eccezionali, che troverete facilmente nel suo bel racconto di un’esperienza in India. 

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Vijaya

Nel 2007, quando l’ho incontrata, Leela era una bambina di pochi mesi. Era in braccio a sua madre, Vijaya, in un villaggio rurale del Tamil Nadu, in India. C’era un’assemblea, una riunione comunitaria, organizzata per dar voce a tutte le donne coinvolte in un progetto di microcredito promosso da ASSEFA, un’organizzazione non governativa locale. È in quel contesto che Vijaya, la madre di Leela, ha raccontato la sua storia di cambiamento: l’incontro con la comunità, e con ASSEFA, era avvenuto infatti in un momento molto delicato della sua vita.

Un periodo importante, perché era incinta, ma difficile, perché scappava dalla sua famiglia, ed arrivare in quella comunità l’aveva aiutata a trovarne una nuova, le aveva permesso di entrarne a far parte, di sentirsi accolta da un gruppo di donne che da quel momento in avanti hanno iniziato ad essere la sua famiglia, in un contesto in cui si sentiva al sicuro, e protetta.

Questi due elementi fondamentali erano infatti mancati a Vijaya all’inizio della gravidanza: non li aveva trovati nella propria comunità d’origine, quella familiare e quella allargata in cui era cresciuta.

Quel giorno, durante l’assemblea, ha raccontato di sé: aveva una relazione con un uomo appartenente ad un’altra fede religiosa, e ne era innamorata. Finché era stato possibile nascondere l’esistenza di questa relazione, far sì che essa non fossa totalmente ufficiale, non aveva avuto grandi problemi a gestirla, pur sapendo che la sua famiglia sarebbe stata contraria a qualsiasi matrimonio.

Nel momento in cui era rimasta incinta, però, aveva deciso di parlarne con la madre, ammettendo la relazione e manifestando la volontà di accogliere il bambino che cresceva in lei. Vijaya ha ricordato la reazione di sua madre, che era stata molto forte: non solo le aveva detto che non approvava questa sua scelta, né quella della relazione né quella di aver un figlio da un uomo di un’altra religione, ma l’aveva letteralmente disconosciuta. Sua madre da quel momento non l’avrebbe più accolta come figlia, ed aveva addirittura provato a farle del male. Mentre parlava mi aveva fatto notare una cosa che in realtà era visibilissima, cioè delle ustioni. Quelle che ho visto erano solo nella parte alta del collo, e non so se ne avesse delle altre: erano bruciature procurate dalla madre che le aveva gettato addosso dell’olio caldo, in segno di totale disapprovazione.

Quando ho conosciuto Vijaya e Leela, che oggi avrà dieci anni, c’era anche il padre. Erano legati da un amore profondo, che si poteva vedere. Si erano visti costretti ad andare a vivere in un’altra comunità, avevano preso insieme questa scelta, anche se con estrema sofferenza. Non sarebbero potuti tornare mai più nel proprio villaggio, ma per Vijaya era stata l’unica strada possibile: pur di stare con lui e portare avanti la gravidanza. Il Tamil Nadu è uno Stato molto grande, ma le diverse comunità etniche e religiose che vi abitano sono molto individuabili, anche sulla base del modo di vestire. Immagino perciò che abbiano dovuto spostarsi di molti chilometri.

Per Vijaya questa scelta ha significato anche la rinuncia a vivere quel momento così importante all’interno della propria comunità, ai rituali che aveva sempre sognato da bambina e con cui le donne più anziane l’avrebbero accompagnata durante gravidanza, parto e puerperio: la “sapienza femminile” che si tramanda di donna in donna l’avrebbe guidata nella sua rinascita come madre. Quando ha deciso di andare, senza sapere che cosa avrebbe trovato, Vijaya ha rinunciato a tutto questo. L’incontro con ASSEFA è stato casuale ma anche provvidenziale: l’organizzazione poteva garantire loro protezione, anche “sociale”, perché favorisce i matrimoni misti, permettendo anche a persone di religione diverse di formalizzare la propria unione e di essere accolti come sposi in una comunità.

Dieci anni fa, quando non ero madre, lessi nelle parole di Vijaya una scelta di coraggio, una forma di ribellione di fronte a una convenzione, per affermare la propria libertà di amare. Oggi, però, non è più per me soltanto una moderna eroina capace di ribellarsi a un contesto sociale e culturale che le stava stretto. Oggi, che sono madre ed ho vissuto la sacralità e la potenza del mettere al mondo un figlio, guardo alla storia della maternità di Vijaya in modo diverso: la sua era l’unica scelta possibile. La forza della ribellione è frutto della gravidanza; l’arrivo di un figlio è il motore scatenante. Nient’altro avrebbe potuto fare se non scappare: aveva una missione da compiere, quella di far nascere la sua bambina.

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Scarica qui il pdf dell’articolo originale, apparso su DeD N. 100

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