Quando siamo nate noi.

È stato un grande onore essere invitate a proporre un pezzo per lo speciale numero 100 della rivista per ostetriche diretta da Verena Schmid DeD, dedicato ai racconti di nascita. Ma di quale nascita potevamo parlare, noi che non assistiamo i parti? E parlarne a un pubblico esperto e autorevole come quello della rivista, per di più? 

Ma una nascita che ci ha segnate molto, in effetti c’era. E no, non è quella dei nostri bambini. Forse il lavoro che facciamo lo abbiamo scelto a poche ore di vita.

Ne facciamo dono anche a voi. 

SEPARATI, racconto breve. 

“Sono sempre piccolissimi questi polsi.” Ogni volta che chiude un braccialetto con il nome intorno al polso di un neonato, Serena per un momento si stupisce. Come se ogni volta fossero sempre più piccoli. Certo è un’impressione. O la stanchezza. “Signorina si sbrighi che finito questo andiamo a casa.” l’ha incalzata il primario mentre le passava La Bambina, sollevandola per i polsi. L’inclinazione di Serena per lo stupore e la calma non le è valsa molta simpatia in reparto. È abituata al tono aspro che usano sia colleghe che dottori per riportarla al presente e soprattutto a una solerte efficienza.

La Bambina è nata nel pomeriggio di un giorno di forte vento. Un cesareo come tanti, senza corse né emergenze. Scelto rapidamente e altrettanto rapidamente inserito nel calendario della giornata. La Mamma è arrivata in ospedale in mattinata, lamentando il dolore delle prime contrazioni che duravano fin dalla notte. Il dottor Visconti dopo averla visitata le ha detto di fermarsi in ospedale, in giornata avrebbe partorito. “Cammini su e giù in corridoio il più possibile” le ha consigliato mentre la congedava. Serena si è stupita della calma e la diligenza con cui La Mamma ha seguito l’indicazione: 4 ore avanti e indietro in corridoio, con qualche pausa davanti alla finestra rivolta verso le colline. Avrebbe voluto fermarsi a dirle due parole e magari farle compagnia, ma le cose da fare come sempre incalzavano, come lo sguardo severo della caporeparto.

Nel pomeriggio l’hanno visitata di nuovo. Visconti ha sorriso e ha emesso diagnosi con quella sicurezza e rapidità che lo hanno reso un caposaldo medico nella piccola città: “Signora lei è distocica. Le contrazioni che sente non servono a niente, inutile insistere a soffrire per poi dover operare magari durante la notte.” Si poteva aspettare certo, ma non era meglio per tutti procedere prima di finire la giornata e andare a casa tranquilli avendo tempo anche per la riunione del reparto? La Mamma li ha guardati docilmente con quell’inevitabile rispetto che in ogni epoca si porta verso ciò che si considera progresso, scienza e prestigiosa autorità: “Cosa devo dire? Io mi fido di voi.”

Serena era nella stanza quando le hanno raso il pube; come sempre, uno sguardo di imbarazzo sul volto della giovane donna. Si sono scambiate un sorriso e La Mamma ha girato la faccia verso la finestra. Un abbraccio veloce al marito mentre la portavano verso la sala operatoria. Visconti ha poi operato con la sua solita precisa efficienza, estraendo La Bambina con la calma e il distacco di chi sa fare bene il suo lavoro.

La Bambina piange con il tono acuto di tutti i neonati mentre Serena lascia in fretta la sala operatoria dove stanno ricucendo La Mamma. La Bambina piange con il tono acuto di tutti i neonati mentre Serena la asciuga e la misura. Non è mai semplice misurarli in lunghezza quando si agitano così tanto. Una collega le compare accanto e con una mano preme con forza sulle gambe della Bambina: in pochi istanti la misura è segnata. Lo sguardo tra colleghe è di quelli che si colgono al volo: “Serena muoviti!”

Terminati i controlli, Serena la lava e la veste che ancora piange: “Shhhhh..sssshhh” sussurra Serena. La nutre con il piccolo biberon e la lascia infine alla nursery. Un ciuccio di glucagone e La Bambina sembra finalmente assopirsi in mezzo al rumore della stanza in cui tanti neonati stanno strillando. Con il tono acuto di tutti i neonati.

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Sono le 8 di sera quando Serena esce finalmente dall’ospedale. Ha finito la giornata e domani ha un giorno libero.

*****

Due giorni dopo.

È pomeriggio inoltrato e la giornata sta finendo. Serena ha assistito il dottor Visconti operare altre due donne distociche oggi e tra poche ore andrà a casa. Solo quando sente la voce entrando nella stanza riconosce La Mamma, che la saluta con quella sua calma educata ma forse un’ombra negli occhi.

“Signora allora è contenta? E com’è la sua bambina?”

“A dire il vero temo che abbia dei problemi: non me l’hanno ancora portata.”

Questo racconto è liberamente ispirato a fatti reali: La Bambina è nata come molte di noi, all’inizio degli anni ‘80. Per due giorni, senza alcun motivo medico, è stata sola: nutrita e maneggiata a intervalli regolari da mani sempre diverse. Solo dopo due giorni ha scoperto che al mondo c’è una cosa così bella come La Mamma.

Questo post è un articolo pubblicato sul n 100 di D&D gennaio 2018.

Scarica qui il pdf: Separati DeD 100

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www.marsupioscuola.it

 

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2 risposte a "Quando siamo nate noi."

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