Ostetrica Italiana in UK: un’intervista

Giulia Gavelli è un’ostetrica italiana, che per qualche anno prima di tornare in patria ha lavorato qui a Londra dove abbiamo avuto il piacere di conoscerla. Le abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda, per aiutarci a riflettere sull’assistenza al parto di oggi e portare la sua esperienza di Ostetrica (e quasi mamma) in Italia e in UK. Ci ha dato un sacco di spunti interessanti, dal ruolo delle ostetriche, ai parti hypnobirthing, alla politica e la cultura che sottendono le scelte in tema di parto e maternità. Con una piccola punzecchiatura, benevola, alle comuni amiche doule… Grazie Ostetrica Giulia!

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Quali pensi che siano, per la tua esperienza, le maggiori differenze tra l’assistenza al parto inglese e quella italiana, nel bene e nel male?

 Laureata in Italia, e 2 anni di esperienza italiana postlaurea, poi 6 anni di esperienza in UK… rimane comunque una domanda difficile a cui rispondere. Posso dire che la principale differenza che ho trovato è questa:

UK: Consistenza: tutti gli ospedali/centri nascita lavorano sulle stesse linee guida (WHO e NICE), possono essere distanti kilometri, ma lavorano in modi molto simili, assicurandosi che l’assistenza alle donne sia basata sulle più recenti evidenze scientifiche e che sia sicura, ma allo stesso tempo che dia ogni possibilità alle donna (dal parto in casa a quello ospedaliero, con tutte le sfumature che ci sono tra un lato e l’altro).

IT: purtroppo non posso dire lo stesso dell’Italia. Ogni realtà è a sé, e anche se si è a conoscenza delle evidenze scientifiche, non sempre queste vengono considerate. Un esempio può essere il “pelle a pelle”. Le linee guida dell’organizzazione mondiale della sanità lo evidenziano come miglior modo per tenere il neonato caldo, per favorire l’allattamento e il bonding tra il piccolo e i genitori (ovviamente quando un neonato è sano e non ha necissità di cure extra). In UK, lasciare il neonato pelle a pelle con uno dei genitori, dal primo istante di vita è la prassi… Per quanto riguarda l’italia, persino su una cosa tutto sommato così banale, è impossibile generalizzare: in alcuni centri è esattamente quello che si fa, ma in altri si separano ancora mamma e neonato per controlli di routine, lavarlo o vestirlo…

È un piccolo esempio, ma serve a sottolineare quanto sia difficile, parlando dell’Italia, generalizzare.

In generale devo dire che durante la mia esperienza lavorativa in UK, ho potuto sperimentare come ostetrica un livello di responsabilità e autonomia (prevista anche dal profilo professionale italiano, ma difficile da raggiungere) molto soddisfacente.

Devo anche aggiungere, che come ostetrica l’ago della bilancia pende verso UK, ma da futura mamma, ho scelto di avere il mio bambino in Italia. Questa scelta deriva dai molti fattori che influenzano la nascita… Uno tra tutti è avere il supporto della famiglia nel dopo parto e nell’aver scelto accuratamente un piccolo punto nascita che rispecchiasse le mie necessità ed il mio piano del parto.

Parliamo del ruolo delle Ostetriche. Qui in UK siete voi, non il ginecologo, le referenti principali per tutta l’assistenza a gravidanza e parto. Pensi che l’Italia stia andando nella stessa direzione?

A livello teorico, il profilo professionale delle ostetriche in Italia riconosce l’Ostetrica come professionista responsabile e autonomo nell’assistenza alla gravidanza, parto e puerperio fisiologici. Per cui in Italia la teoria esiste. Da un lato credo che le Ostetriche Italiane si stiano muovendo molto per “riprendersi” questi aspetti. Dall’altro credo che una società abituata alla figura professionale del ginecologo faccia fatica ad accettare che “solo l’ostetrica” segua la gravidanza fisiologica. In Italia, c’è ancora molto da fare.

I Birth-Centres, le Case Maternità gestite da Ostetriche, qui sono diffusissimi e presenti anche all’interno dei grandi ospedali. Come vedi la realtà delle Case Maternità in Italia?

La differenza sostanziale è che i centri nascita Midwife-led (gestiti solo dalle Ostetriche) in UK fanno parte del servizio pubblico, in Italia purtroppo ci si sta muovendo in direzione opposta. Nuove leggi regionali prevedono la chiusura di quei piccoli punti nascita (con nascite/anno inferiori ai 500 parti) che potrebbero assomigliare ai Birth centres inglesi. Per cui l’unica opzione simile ai Birth-centre Midwife-led rimane spesso quella delle Case Maternità private. E per fortuna che ci sono ostetriche libero-professioniste che hanno aperto questi centri… anche se privati, danno alle donne e alle famiglie una alternativa dal parto ospedaliero.

Personalmente penso che non ci sia una modalità di parto o un luogo di parto in assoluto migliore di un altro, ma c’è il luogo del parto giusto per una determinata coppia… Dare alle famiglia la possibilità di scegliere (tra tutte le opzioni sicure) è un dovere della sanità pubblica.

Il parto in casa qui e’ garantito all’interno della sanità pubblica e i maggiori ospedali hanno la loro squadra di ostetriche per i parti a domicilio coperta dalla Sanità pubblica. Diversa cultura o diversa politica? Dicci qualcosa della tua esperienza di parti in casa in Italia.

Direi un po’ entrambe. Sicuramente per cultura, per come è cambiata l’assistenza alla nascita negli ultimi 60 anni, le donne che scelgono di partorire in casa, sono ancora pochissime. E allo stesso tempo la politica non incentiva il parto a domicilio.

Durante i 2 anni di lavoro in Italia, ho lavorato come libera professionista con una esperta ostetrica ed ho assistito a molti parti a domicilio. Porto ogni mamma assistita in quel periodo nel cuore, e ho amato assistere parti in casa. Purtroppo il lavoro dell’ostetrica libero professionista non è affatto semplice, anche solo per la reperibilità 24 ore su 24, a volte per lunghi periodi…

In UK, essendo un servizio dell’NHS, per cui pubblico, c’è una organizzazione e struttura con fondamenta solide che permette alle ostetriche di avere un rapporto vita privata-lavoro più bilanciata.

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Qui in UK ti sarà certamente capitato di assistere mamme-hypnobirthing. Com’è stato? Cosa pensi di questo tipo di preparazione?

Certamente. Credo che il nome “Hypnobirthing” non aiuti o che minimizzi questo approccio alla nascita, ma che una volta superato lo scoglio dell’etichetta, allora è estremamente utile sia alle mamme, che ai piccoli nella pancia, che ai compagni. Mantenere la concentrazione e quello stato di “deep relaxation” che si pratica con l’hypnobirthing certo non può garantire che al parto non ci saranno ostacoli, ma aiuterà ad essere positivi anche attraverso quegli ostacoli. Penso che culturalmente, per secoli, ci sia stato tramandato che il parto è doloroso, pericoloso per mamma e bambino…qualcosa di cui aver paura. In UK l’approccio hypnobirthing ha avuto il merito di mostrare a moltissime donne l’altro lato della medaglia: che il parto e così la nascita di un bambino è e deve essere appunto un “lieto evento” un momento di eccitazione, gioia e crescita per la famiglia, insomma un evento naturale e positivo, nonostante sia certante faticoso e difficile.

In generale come ostetrica, penso che sia fondamentale il rispetto della mamma e di quello che la fa stare meglio, qualsiasi tecnica sia (ballare, praticare canto carnatico, ascoltare musica, praticare hypnobirthing o non far proprio nulla). Riguardo all’assistere mamme che praticano hypnobirthing, mi verrebbe da dire che sicuramente ho sempre percepito una calma particolare in stanza, ma come ostetrica, il mio lavoro non cambia… per ogni mamma, cerco di assecondare quello che la mamma desidera e che la rende più serena…. In caso di hypnobirthing, forse il mio ruolo di supporto è più “semplice” poiché la mamma ha risorse sue per rilassarsi.

Non so se ci siano evidenze scientifiche o se è solo la mia personale esperienza, ma il travaglio è spesso più veloce…

Come ostetrica, cosa pensi della figura delle doule?

Appena ho iniziato a sentire parlare delle doule, ho avuto una reazione forte: se il loro obiettivo professionale era il “sostegno emotivo alla donna in gravidanza/parto/puerperio” allora, mi chiedevo “noi ostetriche che facciamo? Ci occupiamo solo dei genitali?”. Inizialmente lo vedevo come abusivismo professionale, con il potenziale rischio di far guardare all’assistenza ostetrica solo come una azione “meccanica”. Come dissi una volta… “non voglio occuparmi di uteri e vagine… ma di donne, persone, famiglie”.

Come ostetrica, ho una visione “olistica” delle donne e delle loro famiglie, prendendo in considerazione la loro salute emotiva, fisica, sociale… Frammentare questo sostegno ulteriormente in ostetrica- che si occupa della salute fisica- e doula che si occupa di quella emotiva, mi lasciò perplessa.

Eppure, se è diventata una figura sempre più diffusa… Credo sia un segno chiaro, per tutti, che le donne hanno bisogno di più sostegno emotivo durante tutta la maternità, sostegno dato con continuità, possibilmente dallo stesso professionista. E purtroppo questo succede sempre meno nel servizio pubblico, sia in Uk che in Italia.

Il fatto che al giorno d’oggi si ricorra alle doule, allora è un segno che l’assistenza alla maternità sta fallendo. Significa che da un lato non stiamo dando il giusto supporto alle donne nel loro percorso per diventare madri e dall’altro, non si dà alle ostetriche la possibilità di mettere in atto le loro capacità e la loro professionalità fino in fondo.

Con questo non voglio certo criticare il lavoro delle doule, che sicuramente rappresentano un supporto per le mamme, specialmente quando si crea un rapporto di fiducia e sostegno offerto con continuità. Alle mamme dico infatti che avere accanto una figura di supporto continuo, alla quale rivolgersi, serve moltissimo.

Nel tuo lavoro, cosa ti manca di più del contesto italiano?

Nel modo più onesto possibile, a livello di vita personale, mi manca tutto dell’Italia. Ma a livello professionale, non sento molte mancanze. In UK, le possibilità di lavoro sono moltissime. Le ostetriche non solo hanno molta autonomia ma coprono anche ruoli molto diversi ed è relativamente semplice passare da un’area della professione all’altra. Qui le ostetriche ricoprono ruoli clinici (in ospedale o in “community-territorio”), possono lavorare nei reparti di maternità, in sale parto, centri nascita, parti a domicilio, essere specialiste di una particolare area (es: sociale, specialista per mamme con diabete, adolescenti ecc) ma anche ruoli non clinici, come la ricerca. Per cui professionalmente non sento molto la mancanza dell’Italia… Ma ci tornerò, forte di un’esperienza positiva che sicuramente è entrata a far parte del mio modo di lavorare.

Puoi dire una cosa a tutte le mamme in attesa, cosa vuoi dire?

È forse la domanda più difficile, proprio perché quello che dico ora lo indirizzo anche a me stessa, e a poche settimane dalla nascita del mio primo bambino.

Quello che voglio dire alle mamme (e ai papà) è di essere i protagonisti della gravidanza, del parto e del dopoparto. L’arrivo di un bambino, inclusi tutti i momenti elencati sopra, è un periodo di grandi cambiamenti, fisici, emotivi, relazionali. È un periodo caratterizzato da incertezze, paure, ansie… E queste ci accomunano tutte. Io non ho la soluzione o la risposta ad ogni incertezza, siamo tutti diversi, e abbiamo bisogni diversi. Il mio consiglio è quello di informarvi, documentarvi e capire qual è la soluzione giusta per voi. Fate ogni scelta in modo consapevole, a partire da quali esami fare in gravidanza, da chi farvi assistere, o dove far nascere il vostro bambino. Circondatevi di persone positive, che vi sappiano ascoltare e accompagnare in questo percorso, consigliarvi ed esserci. Ma che sappiano (e vogliano) lasciare a voi le redini.

Nel frattempo, è nato Ettore. Benvenuto piccolino!

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