10 cose che devi sapere sui 10 centimetri di dilatazione

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Certezze, quando siamo in attesa -e nella vita in generale- ne abbiamo poche: ma che al parto dobbiamo dilatarci 10 centimetri fa parte di quelle poche.

Purtroppo, come buona parte delle certezze che ci portiamo addosso per folklore sociale riguardo al parto, è una certezza un po’ ambigua e che da sola serve a poco (quando non fa danni). Infatti, è una di quelle certezze che invece, subdolamente, fanno vacillare nella pratica e spesso si rivelano armi a doppio taglio. Quelle certezze che fanno parte della posizione di delega e anche molto amiche di tigri dai denti a sciabola di vario tipo.

Come si fa a sapere a quanti centimetri siamo? Con una “bella” Esaminazione Vaginale (d’ora in poi EV): due dita inserite in vagina a misurare di quanto ci siamo dilatate. Un numero per la nostra corteccia da processare. Spesso e volentieri sotto una nebbia piuttosto spessa che ricopre cosa si debba dilatare e soprattutto come questo accada davvero.

A noi, quella nebbia folkloristica non piace. Oggi vi diciamo una decina di cose che è importante sapere su quei 10 centimetri e sulle EV che si portano dietro.

1) Cosa si dilata? La cervice: insomma, il buco sotto l’utero da cui deve uscire il tuo bambino. Un buco un po’ complesso, ma pur sempre un buco, che deve aprirsi.

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2) Come lo fa? Non si apre con un’apertura di sforzo attivo come, ad esempio, quella per aprire una finestra. Al contrario: si apre perchè molla la presa. Il lavoro per aprire non lo fa la cervice, lo fanno i muscoli dell’utero. Quelle che noi chiamiamo onde (e altri, senza rendersi conto di usare un termine controproducente, contrazioni) altro non sono che un potente lavoro muscolare. I muscoli dell’utero lavorano e quelli della cervice (che in gravidanza erano al lavoro tenendola ben chiusa mentre quelli dell’utero erano rilassati) invece si rilassano, cosí che la dilatazione possa avvenire. Non è un’informazione da poco: per dilatarsi la cervice ha bisogno di rilasciare, essere morbida e rilassarsi.

2) Il conteggio dei centimetri si fa con le dita, non con un metro. Ovvio, no? Eppure pensiamo che chiunque ci visiti possa dirci con esattezza a quanti centimetri siamo! Invece, l’accuratezza della misurazione tra diversi operatori è inferiore al 50% (Buchman et al, 2007). E a quei centimetri, noi e spesso anche chi ci assiste, ci attacchiamo quasi ossessivamente; forse perché (un po’ come la data del termine) segnano un barlume di certezza in quel momento così incredibile che stiamo vivendo? Ce li dicono e ce li facciamo dire come se fossero i veri depositari dell’andamento del nostro parto: rassicuranti come le coordinate su una mappa. Di una città invisibile però.

3) Una EV non è una sfera di cristallo (cit.). Qualora anchcrystal-ball-onee si potesse misurare con accuratezza (e non sempre si può), la dilatazione a cui sei in un determinato momento nulla può dirti di come ci sei arrivata né, tanto meno, di come procederai. Il progredire della dilatazione non è prevedibile (dimostrato, studio del 2015).

4) Le EV sono sintomo di una cultura del parto che ha sostituito la donna con numeri e diagrammi. L’idea che un travaglio debba necessariamente progredire di un cm all’ora fa parte di quelle pratiche che hanno tentato di standardizzare processi complessi e sono rimaste impigliate in una visione solo meccanicistica del travaglio (mentalità di chi lo assiste e, di conseguenza di chi lo vive). Quelle pratiche che, guarda caso, fanno parte di un approccio ipermedicalizzato al parto in cui “la donna è scomparsa, lasciando il posto a diagrammi che misuravano le parti del suo corpo” (Dr. Rachel Reed). Certo la cervice fa parte del parto, ci mancherebbe. Ma la lente con cui spesso la si osserva (spesso e volentieri a scapito di altri aspetti della donna, inclusi quelli non meno importanti delle sue emozioni) è quanto meno sproporzionata.

5) Le brave ostetriche hanno un sacco di altri modi per sapere a che punto sei. “Se non ti misuro come faccio a dirti quando spingere?” implica due cose, gravissime: che una donna vada misurata, prima che osservata e ascoltata (come il tracciato delle contrazioni, per intenderci) e che il sapere risieda sempre fuori di lei.   (Del fatto che la necessità di dire quando spingere sia un altro grosso problema per tutti i coinvolti abbiamo già parlato qui.) Stiamo dicendo che nessuno vi deve monitorare? Certamente no. Al contrario. Ma una breve conversazione con qualsiasi ostetrica esperta vi confermerà che parte del loro lavoro è proprio leggere le fasi del travaglio a partire dal comportamento della donna. Una visita ogni tanto può essere necessaria, certo, ma le ripetute EV di routine non sono certamente l’unico modo per capire l’andamento di un travaglio. Più spesso, sono il modo migliore per compilare moduli e rispettare procedure di routine meccaniche.

6) Quello che si dilata, si può anche richiudere. Non è un processo a senso unico. Ina May Gaskin suggerisce che la cervice sia uno sfintere (opinione su cui i professionisti dibattono): a noi che si possa o meno definire “sfintere” interessa poco. Quello che ci interessa è che come uno sfintere una volta aperta e rilassata può anche richiudersi. E guarda caso quello che la fa richiudere è il sentirsi a disagio, l’essere osservati o interrotti; il rilascio di adrenalina e, in generale, tutte le tigri dai denti a sciabola di svariate dimensioni che mentre cerchiamo di misurare i centimetri lasciamo scorrazzare indisturbate. Paradossalmente, proprio una EV fatta nel modo e nel momento sbagliato può essere la causa della diminuzione della dilatazione. Per non parlare di tutte le altre interferenze considerate normali. Casualmente, un cambio di personale e di ambiente è quasi sempre seguito da qualcosa di questo tipo: “Mi hanno detto che sono già a 7.” “No, sei solo a 4.” Che coincidenza eh?

7) Contare i centimetri attiva la cortecciaPer processare l’informazione “numero centimetri” abbiamo bisogno di usare la corteccia. Quella stessa parte del cervello che sta cercando in tutti i modi di mettersi in silenzio per lasciar lavorare il sistema limbico, quello che ha davvero il comando e il controllo sull’utero come su tutte le funzioni che ci tengono in vita. Una donna è liberissima di farsi contare e dire i centimetri, se lo desidera; ma è importante sapere che per il cervello che comanda il parto quell’informazione non solo è irrilevante, ma anche facilmente controproducente.

8) Le EV di routine sono supportate da abitudine culturale, non da evidenza scientifica. Uno studio del 2013 del NICE conclude che: “Non si è trovata alcuna evidenza per supportare l’uso di EV di routine in travaglio per migliorare i risultati per mamme e bambini. (…) È sorprendente che ci sia un cosí diffuso utilizzo di questo intervento senza buone evidenze della sua efficacia, considerando in particolare quanto le donne che ricevono questa procedura siano sensibili al suo utilizzo e le potenziali conseguenze avverse in alcuni casi.”

9) Le EV non sono obbligatorie e si possono rifiutare. Vi stiamo dicendo di rifiutare sempre e comunque qualsiasi EV e combattere furiosamente con tutti in sala parto? Certamente no. Ma il diritto di dire “adesso basta”, lo avete. Persino le procedure più strette degli ospedali più vecchio stile che prevedono EV ogni ora hanno l’obbligo di offrirle, non di farle per forza. Si torna sempre al punto fondamentale: con gravidanza fisiologica e parto normale, non siete pazienti, siete mamme che mettono alla luce il loro bambino.

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10) 10 cm sembra quasi un punteggio.  10 cm è una convenzione. 10 cm è un numero. Uno, tra tanti tantissimi numeri più grandi, più belli e più importanti. Tu sei un corpo, una mente, un essere umano complesso e meraviglioso. Una mamma. Che deve farsi assistere con rispetto e competenza e far nascere il suo bambino con dolcezza e con potenza.

Stai per incontrare il tuo bambino, sicura di voler sentire parlare di centimetri e di ore?

DISCLAIMER: Questo post non dice che le EV siano inutili sempre e dannose per tutte. Le EV sono certamente un utile strumento in alcune circostanze che un’assistenza medica qualificata saprà individuare. IPP non sostituisce in alcun modo un parere medico/ostetrico. Quando parliamo di parto parliamo SEMPRE di parto fisiologico assistito da personale ostetrico qualificato.
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