Vogliamo parlare di femminismo? Parliamo di parto, allora.

Caso mai ce lo fossimo dimenticato, si e’ scatenato il dibattito intorno alle tette di Emma Watson, a ricordarci che quando si parla di femminismo spesso si manca il bersaglio. Una donna parla, e la sua scollatura e’ chiamata in causa per discutere di ciò che dice. Quale modo più simbolico di ribadire che di femminismo c’e’ ancora bisogno?

L’altra sera a una cena, una donna ci ha (inconsapevolmente e suo malgrado) ricordato che di femminismo c’e’ ancora molto più bisogno di quanto gia’ non si sapesse. Argomentava questa tesi, che purtroppo non e’ nuova ne’ originale: “Le nostre nonne hanno combattuto per farci avere il voto e noi ancora andiamo a partorire senza epidurale?” Aveva un tatuaggio esteso sotto il braccio, proprio accanto alla piega dell’ascella, in quel punto che si sa, e per sua stessa ammissione, fa un male cane. Ma il parto con epidurale continuava a sembrarle una scelta femminista. Dal momento che qui, come sapete, non si fa evangelizzazione di parto vaginale, ce ne siamo state ben zitte limitandoci a chiedere con malcelata malizia se anche per il tatuaggio avesse avuto un’anestesia. La risposta, x la cronaca, è stata “No, sono una donne forte!”.

Con due battute, ha incarnato davanti a noi quella che ci sembra un’immagine iconica di quel femminismo che ha sbagliato mira. Quel femminismo che rivendica, giustamente, forza. Ma poi la intende come forza virile. Quello stesso femminismo che per difendere se stesso attaccava le tette della Watson su Twitter.

C’è ancora bisogno di femminismo. Anche perché proprio le prime femministe si sono dimenticate di finire il lavoro e anzi, sotto la puzza di bruciato dei reggiseni, si sono dimenticate un pezzo piuttosto importante collegato a quel seno che pensavano di stare liberando. Stiamo parlando, ovviamente, del parto.

Si puo’ mettere in discussione chi ci ha guadagnato il diritto di voto? Certo che no. Criticare chi ci ha aperto le porte delle Università (e una di noi, nipote di una delle prime 5 donne laureate in farmacia in Italia, classe 1910, lo sa bene)? Certo che no. Pero’ si può fare una colpa a chi della loro fatica ha fatto -e fa tuttora- un uso sbagliato, quello si’. A chi ha confuso l’uguaglianza dei diritti con l’uguaglianza tout court. La prima, sacrosanta. La seconda, impossibile.
E proprio il parto e’ rimasto li’ impigliato in quell’uguaglianza impossibile. Perche’ il parto, quello, resta una questione proprio femminile. Da donne in quanto donne. Insomma avere una vagina e’ proprio una conditio sine qua non per partorire. Possiamo batterci quanto vogliamo per la paternità che faccia stare a casa il papa’ con il neonato e tornare noi al lavoro, ma quel bambino e’ comunque dalla nostra pancia che deve uscire. Ma non e’ solo questione di vagine. Quel bambino, è sul nostro cervello che fa avvenire cambiamenti pazzeschi (proprio fisicamente!).

E allora il parto diventa davvero una questione femminista. Forse una di quelle più urgenti proprio perché tanto a lungo dimenticata. Un tema per il quale ancora battersi. Perché mentre ci battevamo per tutto il resto, abbiamo accettato di fingere che partorire non contasse. Scusate, una piccola differenza insignificante. Anzi peggio, come se avere figli (e doverli pure portare nel corpo) fosse l’ultimo scomodo sassolino a rallentare il passo dell’uguaglianza. E ci siamo lasciate convincere, ovviamente da medici uomini prima ma anche da molte donne poi, che l’unica liberazione possibile fosse quella dal dolore: lo stigma finale del nostro essere Eva. Tuttora si sente di pessimi corsi preparto in cui ginecologhe illuminate arringano all’epidurale come la vera liberazione. [DISCLAIMER: qui non si parla contro l’epidurale o chi ne fa uso, ma contro chi alimenta l’ideologia della delega come se fosse una liberazione!]

Credevamo di liberarci dal dolore. E non ci siamo accorte di stare abdicando all’unico posto di comando che gia’ era nostro. Quello della nascita dei nostri bambini. E non e’ certo solo questione di anestesia, ma di tutto l’apparato di controllo del corpo che accompagna la maggior parte delle tappe verso l’incontro col nostro bambino. Quell’apparato, culturale, pratico e mentale che porta a pensare che due dita a misurare la dilatazione della cervice siano più indicative di quello che sente la mamma. Quell’apparato psicologico-logistico per cui “e poi mi diranno quando spingere.” Quella stratificazione di aspettative per cui poi la bilancia e’ più urgente dello sguardo.

E non ci siamo accorte di delegare. O, peggio e più ingenuamente, abbiamo accolto la delega come atto di liberazione. Affidandoci fiduciose a mani sapienti. Siamo scese scuotendo la testa dai cavalli bianchi dei principi azzurri e con la stessa ingenuità di Biancaneve ci siamo affidate ai camici bianchi. Perché il parto uccideva, ma anche perché una richiesta di senso emotivo al parto implicava opporsi a quel pragmatismo logico e paternalistico che un femminismo ingenuo ci ha spinto a ritenere un valore.

Oggi diamo per scontato di poter votare (e ci mancherebbe!), siamo orgogliose che le nostre figlie guardino modelli femminili intellettuali e di successo che le facciano sognare in grande… (Silvia, mamma di 3 maschi, ne ha parlato qui). Ma la stragrande maggioranza di noi -le stesse che giustamente sono orgogliose della propria carriera e non vestono da principessa le proprie figlie-, appena incinta, muore di paura al pensiero del parto e, più o meno consapevolmente, delega tutto all’autorità del ginecologo?! (Che poi, proprio questo atteggiamento di delega e’ il vero problema dell’ospedale e uno dei motivi più forti alla base dei tanti parti atroci che sentiamo.)

Una società in cui una donna, nel momento in cui sta facendo l’unica cosa veramente da donna e che un uomo non può fare, e’ considerata una paziente, non e’ una società che rispetta la donna.

Una società in cui e’ considerato normale avere paura dell’unica cosa veramente e esclusivamente da donna, non e’ una società in cui la donna ha davvero trovato il suo posto.

Quando e’ considerata parità avere una carriera con l’urgenza di tornarci due mesi dopo il parto per salvarla, ci stiamo prendendo per il c**o.

Non c’e’ momento migliore della gravidanza per diventare veramente femministe.

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È stato un onore essere invitate a rielaborare questo post per pubblicarlo sulla bella rivista, diretta da Verena Schmid, D&D-Il Giornale delle Ostetriche n.98.

SCARICA QUI IL PDF DEL NOSTRO ARTICOLO COMPARSO SU D&D N.98

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One thought on “Vogliamo parlare di femminismo? Parliamo di parto, allora.

  1. Grazie per questo post. Permettetemi di condividere con voi la mia storia: quando, nel 2016, ho scelto di volere un parto naturale, senza anestesia ed in acqua, la prima risposta che ho ottenuto in un noto ospedale Lombardo fu: “Lei faccia come vuole, ma io le sconsiglierei vivamente il parto in acqua, poiché casomai dovesse succedere qualcosa durante il parto, dovremmo farla uscire dalla vasca per andare comunque in sala parto normale, rischiando di perdere minuti preziosi per lei e suo figlio.” Questo, detto dalla ginecologa responsabile del reparto “parto in acqua”, mi ha letteralmente disgustata per il “terrorismo psicologico” che non si preoccupava nemmeno di esercitare su chi con fiducia si era rivolto a lei. Ho cambiato ospedale solo per sentirmi dire in un’altro che alla mia età (39), la scelta migliore per non soffrire era addirittura il taglio cesareo.
    Ma io, non ho desistito, ho seguito il mio istinto e ho cambiato ancora come ne avrei cambiati altri 10 ospedali se fosse stato necessario. Il mio cucciolo è nato naturalmente in soli 15 minuti dopo che ero entrata in acqua, è praticamente “saltato” fuori senza che io dovessi neanche spingere, alla seconda contrazione, sotto la guida sapiente del personale dell’Ospedale di Melegnano. È stata un’emozione bellissima, che non cambierei per niente al mondo, e di cui sarò loro sempre grata. Al primo colloquio, mi hanno tranquillizzata e sostenuta nell’idea che sarebbe andato tutto bene e che io ce la potevo fare. Le donne lo hanno fatto da che mondo è mondo!
    Non vedo perché avrei dovuto rinunciare all’unico momento in cui non posso essere sostituita da un’uomo e delegare il MIO momento (anche di dolore) ad altri. E credetemi, non mi sono mai sentita tanto forte come in quei 15 minuti! Sono uscita da quella vasca con la convinzione che “non c’è nulla che io non possa fare”, in fin dei conti sono una donna!

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