Di ostetriche, ginecologi e inquietudini varie

Con un certo piacere per provocare, ammettiamolo, ma senza prevedere del tutto le reazioni infuocate che invece abbiamo suscitato, l’altro giorno abbiamo pubblicato questo bollino, una frase dell’ostetrica Adele Moncagatta della Casa Maternita’ le Maree:

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Il numero, e il tono, dei commenti ha chiarito molto rapidamente che siamo andate a toccare un nervo scoperto. Di chi e perché, e’ quello che stiamo cercando di capire.

Molte mamme sono insorte, alcune rivendicando il diritto di rivolgersi a un ginecologo se la cosa le fa sentire più sicure (diritto sacrosanto) quando non accusandoci di fare controinformazione (un po’ meno sacrosanto).

Ci e’ stato persino detto che la nostra frase era “un insulto a tutte le mamme che si sono fatte seguire da un ginecologo in gravidanza”. Se davvero e’ cosi’,  abbiamo un serio problema di comunicazione che ci impone di fermarci un momento. Tanto più che da un ginecologo in gravidanza siamo state anche noi. Quando Cecilia aspettava Tommaso qui a Londra, l’idea di essere seguita solo da ostetriche all’inizio le sembrava una follia come e’ sembrata a tante di voi che hanno commentato il bollino. (Durante il percorso ha poi capito che i ginecologi non erano stati sterminati, cosi’ come noi non suggeriamo di chiudersi al 42esimo piano di una torre circondate da cecchini con l’ordine di sparare a qualsiasi camice bianco che si muova).

Ci siamo passate. Sappiamo cosa vuol dire.

Quindi l’obiettivo polemico non sono certo le mamme, ci mancherebbe.

Se una critica c’e’, e c’e’, vuole essere alla “cultura sociale” intorno alla maternità. Quella cultura che pervade l’assistenza e l’atteggiamento intorno a gravidanza e parto nella maggior parte dei luoghi istituzionali italiani (ovviamente e per fortuna con le dovute eccezioni). Quella cultura che informa -nel senso proprio di dar forma a- le mamme. Quella cultura acquisita e integrata, parte di noi, mai messa in discussione, che fa si’ che gravidanza e parto -i momenti in cui la salute e la pienezza del corpo raggiungono un picco ineguagliabile- siano l’unica occasione umana, l’unica!, in cui persone sane sono percepite, trattate e fatte comportare come malate. (Ne abbiamo parlato qui, dicendo che questo e’ il vero problema degli ospedali.)

L’approccio principalmente medico alle mamme in attesa non aumenta per niente la sicurezza (che si potrebbe, e ovviamente deve, preservare sempre), ma erode alla base l’esperienza del parto e della maternità: per la donna, in primis, e per tutti. Incluso suo figlio. Incluso il futuro papà e la società in generale.

Una vera assistenza alla maternità è quella che preserva la sicurezza, ma anche la bellezza dell’esperienza. E questo avviene troppo poco. È un fatto. Nel momento stesso in cui approcciamo una gravidanza come un problema da risolvere e la viviamo di conseguenza, la bellezza ha già perso terreno. Quante volte si sente “Vorrei provare a partorire naturalmente”: provare!? Perché il dubbio è già lì, sotto pelle annidato dietro un’insicurezza che ci sembra l’unica visione possibile e sensata. Perché la norma è avere problemi: se ce la fai sei stata fortunata. Ci rendiamo conto delle implicazioni di questa base comune?

E’ del 2007 (10 anni sono niente!) la modifica alle Linee Guida NICE* che introduce le righe “l’esperienza emotiva della donna deve essere presa in considerazione”. Pensate davvero che sia automatico che questo avvenga sempre e ovunque di default? Se la risposta è sì e lo pensate, ci spiace essere noi a darvi questa brutta notizia: vi sbagliate. E non perché le istituzioni e i medici tutti siano mostri brutti e cattivi, ci mancherebbe. L’aspetto emotivo rischia di perdersi, inevitabilmente, nelle maglie di istituzioni che devono darsi delle regole e dei protocolli; impiccati in orari e aspetti finanziari soffocanti. È umano. E col tempo il problema è emerso in tutta la sua portata tanto da dover entrare nelle linee guida di riferimento inglesi, a loro volta punto di riferimento europeo. Vuol dire che la strada da fare è ancora tanta, sono processi lunghi. Da una linea guida alla mentalità diffusa e condivisa il passaggio è lento.

Ma c’è di più. Se certamente è vero che una donna debba poter scegliere di andare dal ginecologo come molte lettrici hanno rivendicato, oggi in molte regioni non e’ vero il contrario. La scelta di essere assistite da un’ostetrica per tutta la gravidanza E al parto è ancora troppo spesso subordinata alla cura privata. Per non parlare del parto in casa: c’è un ospedale pubblico in Italia con una squadra di ostetriche deputate al parto in casa? Se c’è per favore fatecelo sapere. Il che ci fa tornare al punto da cui siamo partiti: il problema di un’intera società che guarda, vive e fa vivere la gravidanza come una condizione eternamente al confine con la patologia, la malattia, la morte.

In fondo abbiamo semplicemente costruito una difesa collettiva di fronte a quell’inquietudine che per definizione la gravidanza suscita. Perché la gravidanza è una posizione al confine con la morte, è vero. E non solo perché il parto uccideva. Vediamo arrivare questi piccoli esseri umani dal nulla, siamo soglie metafisiche senza neanche sapere cosa sia la metafisica, come abbiamo già scritto qui, il minimo che possiamo fare è concentrare tutte le energie a controllare tutto ciò che si può controllare illudendoci che questo ci dia un controllo su tutto. E il camice bianco, come il cavallo di tutti i principi che ci hanno salvate per secoli nelle favole, ben si è prestato nei decenni a catalizzare tutto questo bisogno di controllo.

Quando il processo di trasformazione culturale sarà avvenuto, e avverrà!, avremo lo stesso grado di sicurezza, quello che fa sì che quel poco o quel tanto che si può prevedere e diagnosticare continui ad essere individuato e affrontato. Ma forse quell’inquietudine inevitabile della gravidanza avremo imparato a superarla senza dover abdicare dal primo giorno e delegare ad altri.

Questi sono i motivi per cui ogni tanto vi “provochiamo”. Non certo per spingervi a non desiderare sicurezza. Ma per ricordarvi che per avere sicurezza serve la competenza (che hanno sia le ostetriche che i medici) di riconoscere quando le cose non sono del tutto normali. Ma serve anche un rapporto one-to-one, dolcezza e tempo. E queste sono le caratteristiche del lavoro delle ostetriche.

Preserviamo la sicurezza. Ma riprendiamoci la normalità.

 

*NICE = National Institute for Clinical Excellence, l’istituto nazionale britannico per l’eccellenza clinica.

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5 thoughts on “Di ostetriche, ginecologi e inquietudini varie

  1. L’ ospedale Sant’ Anna di Torino ha un ambulatorio di parto a domicilio dove lavorano due ostetriche (dipendenti del servizio sanitario nazionale) che si occupano di seguire le donne che desiderano partorire a casa durante la gravidanza, durante il parto e nel post partum

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  2. A torino, da pochissimo, al sant’anna hanno creato un centro nascite all’interno del reparto maternità gestito solo da ostetriche che fanno anche parti a casa! Speriamo che duri! Bello l’articolo 🙂

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  3. Avevo visto il post su Facebook e avevo riso della battuta: personalmente quando sono andata dal ginecologo in gravidanza ho esordito dicendo “facciamo solo gli esami indispensabili e necessari”, non pensavo che qualcuno se la sarebbe presa!

    Mi permetto di dare il mio contributo sulla situazione per quanto riguarda il Trentino (autonomia, lo so, qui le cose funzionano spesso in modo diverso): in caso di gravidanza fisiologica c’è la possibilità di essere seguite dalle ostetriche dell’ospedale/consultorio per tutta la gravidanza, il parto ed il post-partum. Quando ho partorito io, ad esempio, non ho visto un ginecologo nemmeno per sbaglio 😉 e nelle prime settimane ho avuto le visite a domicilio da parte dell’ostetrica del consultorio.

    Il discorso del parto a domicilio, invece, è diverso – sempre per il Trentino: dato che qui è prevista la possibilità di ottenere un rimborso spese per chi sceglie di partorire a casa, senza accedere alle strutture pubbliche, l’azienda sanitaria non mette a disposizione personale dedicato. Chi sceglie il parto in casa, quindi, solitamente si rivolge ad associazioni o a libere professioniste.

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