Di bambini incastrati nel canale del parto e altri blocchi (mentali e intestinali)

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Di tutte le storie di parto traumatiche che si sentono, c’e’ un argomento in particolare che torna e ritorna con una costanza sbalorditiva: quello del bambino incastrato nel canale del parto. Il “bambino incastrato”, il “cordone che lo teneva”, la “posizione sbagliata” sono talmente diffusi nei racconti comuni che ci siamo abituati a considerarli la norma. Ci siamo abituati a considerare fortunate le mamme a cui non capita.

E soprattutto, ci siamo dimenticati del tutto, fino a considerarlo un mito esoterico, il riflesso di eiezione del feto: la possibilità (che e’ fisica e reale) che il nostro corpo ha di espellere il bambino in maniera spontanea, potente ed automatica. Come del resto fa con qualsiasi altro elemento che debba fisiologicamente essere espulso (dalle feci, allo sperma).

Ce ne siamo talmente dimenticati, che l’idea -francamente controintuitiva- che un mammifero, ancorché umano, abbia bisogno di sentirsi dire “spingi spingi” per far nascere il suo bambino ci sembra avere completamente senso. 

Ormai sappiamo bene che il parto e’ un processo involontario, e che il cervello che lo presiede segue linee tutt’altro che logiche. Le stesse linee che segue, non dimenticarlo, quando deve presiedere a tutte le altre funzioni che hai in comune con gli altri mammiferi. Incluso l’andare di corpo.

Non e’ un’idea molto romantica, lo ammettiamo, ma il mettere al mondo il tuo bambino ha molto in comune con l’andare di corpo. Da un punto di vista fisico, almeno. Quanti di noi non riescono ad andare in bagno per diversi giorni quando vanno in vacanza? Tantissimi. Ancora di più quando eravamo bambini e i genitori non erano con noi. Non fingiamo di credere che sia il cambio di acqua o di aria: e’ il cambio di ambiente, in senso animale. La lontananza dalla tana e dal branco. Rilasciare parti di noi in territorio non del tutto sotto controllo potrebbe non essere saggio. O almeno cosi’ pensa quella parte di cervello che si occupa della conservazione della specie. Il corpo obbedisce. E noi non andiamo in bagno.

Quante volte camminiamo per strada con il desiderio di andare in bagno ma riusciamo più o meno a tenerla? Poi mettiamo la chiave nella porta o saliamo in ascensore e il bisogno di correre a fare pipi’ diventa un’urgenza impellente? Un caso? Certo che no. La porta di casa, o anche solo l’ascensore, e’ un messaggio potente per quel cervello animale e primitivo: quella e’ la tana. Li’ si può lasciare andare.

Andare di corpo in mezzo alla strada non e’ impensabile e infattibile solo perché culturalmente inaccettabile. E’ culturalmente inaccettabile perché infattibile fisicamente. Essere esposti a potenziali predatori, osservati e interrotti mentre si deve, beh insomma avete capito, ca**re, e’ il modo piu’ ovvio per non poterlo fare. C’e’ un video piuttosto divertente a farci riflettere al parto in questi termini.

Noi italiani lo abbiamo anche incluso in quel meraviglioso vocabolario gestuale che fa parte della nostra lingua, quel gesto che indica “paura” con cui semplicemente, anche se a volte senza saperlo, ci riferiamo al chiudersi degli sfinteri.

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Poi dobbiamo lasciar uscire il nostro bambino… Che per quanto poco romantico ci sembri, segue una via molto vicina a quelle della ca**a, ed e’ anche parecchio più prezioso (per il nostro cervello primordiale, oltre che per noi). E noi cosa abbiamo fatto per decenni? Siamo andate in un luogo protetto e privato, in mezzo a volti e voci familiari, in atmosfera con poca luce e molto silenzio come farebbe qualsiasi altro mammifero? Ma certo che no!

 

Noi donne: entravamo nei medesimi luoghi dove si trattavano i malati (cosa che il nostro cervello rettiliano non processava certo come dettaglio molto rassicurante), dove i nostri mariti non erano ammessi e le ostetriche erano poco piu’ che segretarie del ginecologo, e incontravamo medici mai visti prima (tutti uomini, molto più muscolosi di noi, e per il nostro cervello rettiliano questo non e’ mai un problema da poco). Non contente, ci sdraiavamo comodamente su un lettino e sentivamo discutere di centimetri, controlli e spinte varie da fare rigorosamente quando ci veniva detto. Per fortuna che alla fine c’era qualcuno in grado di far nascere il nostro bambino dato che proprio “non voleva nascere” o “era incastrato nel canale del parto”. Il riflesso di eiezione del feto si e’ perso come nozione teorica e ancora più come esperienza pratica e nessuno si e’ nemmeno reso conto di sentirne la mancanza.

Se oggi e’ cambiato molto il modo in cui veniamo assistite, anche se purtroppo ancora non ovunque, quello che invece ancora non e’ cambiato e’ l’immaginario che circonda il vero momento in cui il bambino viene al mondo. L’idea che vada spinto fuori, con uno sforzo muscolare oltre che di volontà e’ ancora profondamente radicata nella nostra mentalità, per non dire nella mentalità di chi ci assiste. Ed e’ un’idea non solo falsa, ma anche e soprattutto controproducente: perche’ mette cervello e muscoli in allerta e tensione, le condizioni diametralmente opposte a quelle di cui tu, il tuo corpo e il tuo bambino avete bisogno.

Quindi, se sei in dolce attesa, fermati un attimo a pensare a cosa vuol dire davvero lasciare uscire il tuo bambino. Chiudi gli occhi, visualizzalo bene dentro di te, immagina di averlo sentito scendere fino al canale del parto, dopo aver assecondato con grinta e fiducia ogni contrazione movimento del tuo utero.

E ricordati che devi lasciarlo uscire, che non e’ cosa facile ma e’ semplice. Che richiede meno spingere e piu’ lasciare andare; meno urlare, e piu’ respirare, vocalizzare, forse ruggire, sempre verso il basso.

Meno interruzione e controllo, e piu’ assistenza, abbandono, potenza e fiducia.

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