I 3 momenti critici del travaglio e come non farsi fregare

parto naturale
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Un parto è un po’ come una maratona. Lungo e faticoso. Fattibilissimo, con un po’ di preparazione fisica (che abbiamo la fortuna di avere in eredità dalle nostre progenitrici scimmie), un pizzico di forza di volontà e magari qualcuno che ci lanci una bottiglietta d’acqua con un po’ di tifo affettuoso al momento giusto. Con un traguardo davanti che a superarlo inonda il tuo corpo di un senso di pienezza, orgoglio, conquista e potenza che nessuna parola al mondo potrà descrivere. Ma è una maratona con qualche ostacolo disseminato qua e là: un buco in cui non inciampare, un avversario sleale, e una bella salita. Studiare il percorso prima è il modo più ovvio per non farsi fregare.

 

Ostacolo numero 1: piazzato lì davanti alla partenza, infido, quasi invisibile, sempre sottovalutato. Quando si rompono le acque o perdiamo il tappo mucoso.

Abbiamo visto troppi film: quella sensazione di panico e fretta con taxi che partono sgommando ce la siamo cucita sottopelle senza neanche accorgerci. Arriva il momento e la nostra reazione è di panico. Normale. Ma sbagliato. Il tappo mucoso poi può essere venato di sangue, leggermente rosato o rossiccio: e noi quando vediamo un po’ di sangue scattiamo come di fronte a un pericolo. Invece non c’è fretta, e l’errore più comune è arrivare in ospedale troppo presto.

Quando vediamo le acque o il tappo, è come se ci fosse arrivato un mazzo di fiori prima di un appuntamento galante. Un sorriso, un respiro: e godersi il prepararsi con calma. quello è il momento per dare il tono e il colore che desideriamo al nostro parto. Quello è il momento di scegliere calma e dolcezza e comportarsi, parlare e pretendere che tutti intorno a noi ci parlino, con calma e dolcezza.

Ostacolo numero 2: Lo sgambetto dell’avversario. Il passaggio da casa all’ospedale.

Se abbiamo scelto di andare a partorire in ospedale perché dopo aver considerato tutte le opzioni è lì che ci sentiamo più sicure, è fondamentale ricordarci che il nostro cervello avrà comunque qualche riserva: lui nel momento in cui apriamo la porta di casa reagisce. Sempre. Un po’ come quando siamo per strada e ci scappa la pipì, ma appena mettiamo la chiave nella porta dobbiamo fiondarci in bagno di corsa…quella soglia lì per il cervello animale (quello che abbiamo in comune con tutti gli altri animali e che, come vi ripetiamo ossessivamente, è il boss del parto), non è una porta e basta: quella è la Tana. Il Territorio. Maiuscoli. Dentro, lui può mollare; fuori si mette automaticamente in allerta. Questo cervello ha lavorato con successo milioni di anni: e non ha ancora cambiato il suo modo di funzionare. E’ il caso di averlo come alleato. Uscendo di casa il travaglio rallenta, per definizione. Così come rallenterebbe lo slancio erotico se uscissimo nel bel mezzo di preliminari focosi. Non vi stiamo dicendo di stare a casa, se non volete o non potete, vi stiamo dicendo che quel momento non è banale. Ha il potenziale di innescare un domino di rallentamenti e problemi che sicuramente non volete. Occhiali scuri, musica nelle orecchie, interazione azzerata con vicini di casa e portinaio sono solo alcuni degli accorgimenti assolutamente necessari per continuare con le energie concentrate là dove servono: al tuo utero e al tuo bambino.

Ostacolo numero 3: Il “muro” oltre il quale c’è il traguardo.

Abbiamo mantenuto intatta la nostra bolla del travaglio con un fluire costante di ossitocina ed endorfine che ci hanno cullate in quello sforzo enorme e bellissimo che è andare verso nostro figlio. Siamo state bravissime. Tifosi e allenatori ci stanno accompagnando senza piazzarsi mai in mezzo alla pista a farci rallentare. C’è un momento, generalmente davvero vicino alla fine, in cui quel noioso del nostro cervello fa ancora un piccolo guizzo: rilascia una bomba di adrenalina. Non si sa ancora bene perché, anche se pare sia legato a preparare il bambino a respirare; quello che è certo che l’adrenalina per noi si traduce in paura. Tanta. Un momento preciso e intensissimo in cui siamo pienamente convinte che moriremo. Sapere che quel momento arriverà, essere sicure che nostro marito lo sappia, ricordarci che superarlo richiede “solo” di rilassarci un po’ di più significa evitare di farlo diventare una finestra per interventi e interruzioni che ci pentiremmo di aver fatto passare. E’ un momento: gestito in dolcezza, solo con una brava ostetrica o nostro marito, è esattamente quello che ci serve per arrivare alla fine. Dietro il muro c’è il tuo bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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