Chi parla bene pensa bene. E partorisce meglio. Anche un VBAC.

Dove inizia un buon parto?

Nella sala del ginecologo? Sbagliato.

In sala parto? Sbagliato.

Un buon parto inizia nella nostra testa.

Quando inizia un buon parto?

Alla morfologica quando ci dicono che va tutto bene? Sbagliato.

Quando entriamo in ospedale? Sbagliato.

Un buon parto inizia prima ancora di aver concepito nostro figlio.

Il parto inizia a prendere forma nella nostra testa prima ancora che il nostro corpo sia in grado di accoglierlo un figlio, figuriamoci partorirlo. Inizia nella nostra testa di bimbe: quando davanti a una bambola sappiamo che la pancia da cui ci si aspetta che debba uscire è la nostra, non quella di nostro fratello.

E’ da quel momento che il nostro cervello inizia ad assorbire input riguardo al nostro diventare madri. E come fa per tutto il resto delle esperienze della vita, inizia a costruirsi un database -prevalentemente inconscio- di informazioni e immagini a cui attingeremo -prevalentemente inconsciamente- al momento buono.


La vulgata linguistica italiana di frasi come “Quello è il dottore che ti ha fatta nascere”, unita ai racconti -o peggio ancora silenzi- di mamme e nonne sul parto e alle immagini raccapriccianti di donne che urlano in posizione ginecologica in tutti i film, imposta un’aspettativa sul parto di cui è facile quanto deleterio sottovalutare l’effetto. Ci si aspetta l’inferno e si spera in qualche intervento miracoloso che ce ne scampi.

E’ l’aspettativa che resta impigliata in così tante chiacchiere tra donne adulte, l’atteggiamento tra il deferente e il rassegnato che senza accorgerci quasi tutte noi assumiamo al momento del test di gravidanza. “Qualcuno ora dovrà fare qualcosa. O almeno spero.”

“Voglio provare ad avere un parto naturale”

“Il dottore ha detto che mi fa un parto naturale” (!??!!??!)

“Il mio dottore non c’era oggi, stava facendo nascere un bambino”

“Domani ho il termine, se non succede niente mi diranno cosa vogliono fare”

“Nel mio ospedale ti inducono a 40+5”

“Non so se mi lasciano…” (Su questa poi…!!!)

“Nel mio ospedale non sono attrezzati per il parto in piedi” (Giuro l’ho sentita veramente. E qualcuno giustamente rispose: “E cosa gli manca, il pavimento??”)

La nascita, particolarmente in Italia ma non solo, parla una lingua rinunciataria in partenza. Una lingua di frasi fatte, costruite su un immaginario collettivo guarda caso sviluppato negli anni ’50 in cui la donna si fa/è messa da parte.

Allo stupidario nostrano si è recentemente aggiunta una nuova e particolarmente subdola perla: il “travaglio di prova”, riservato alle donne che desiderano un VBAC (parto vaginale dopo il cesareo). Il lato positivo di questo esempio negativo è che finalmente anche in Italia si parla di VBAC. Con la solita decina d’anni di ritardo rispetto ad altri paesi come l’Inghilterra, ma pur sempre in anticipo su altri, ci siamo accorti anche noi che avere un cesareo alle spalle non sempre rende necessario averne un altro. E la ricerca di medici e ospedali pro-VBAC è diventata un argomento -giustamente- centrale del dibattito intorno alle nascite.

Ma il “travaglio di prova” è un ossimoro, un’espressione insensata. E per una ragione fisiologica specifica: può un cervello che per mesi si è convinto di dover superare una prova mettersi nella condizione di rilassamento profondo necessaria al parto?

Le parole sono importanti. Chi parla bene pensa bene. E pensare bene è il primo importantissimo passo per evitare bastoni fra le ruote inutili a quel brontolone poco flessibile del nostro cervello primordiale.

“Sto preparando un parto dolce e naturale.”

“Ho un cesareo alle spalle, e questo bambino nascerà naturalmente.”

Un parto naturale, e anche un VBAC, non sono gusti di gelato. Non si provano.

Si preparano.

E si fanno.

Le parole sono le droghe più potenti.

Rudyard Kipling

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