I bambini ricordano la nascita?

Il neonato è una persona

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Fino a qualche decennio fa, si credeva (o si fingeva di credere?) che i neonati non percepissero il dolore. In caso di necessità, li si operava quindi senza anestesia. Si ignoravano i loro pianti e le loro grida di dolore – che pure sono lo stimolo al mondo con la maggiore capacità di suscitare empatia – si procedeva a tagliarli e cucirli, e ci si sentiva pure dei benefattori per averlo fatto.

Oggi tutto questo ci sembra disumano. Eppure spesso (troppo spesso!) quando si parla di parto, all’esperienza del bambino viene data poca importanza. Che siano le cosiddette femministe che reclamano il loro diritto all’epidurale e al cesareo, o che siano le cosiddette hippy che perseguono un parto naturale a tutti i costi, il parto è visto da troppe donne come una sfida che riguarda soltanto loro stesse.

Ci sono tante teorie su se e come i bambini ricordino la loro nascita. Visto che per i primi due-tre anni di vita i bimbi non possono raccontarci con parole loro quello che sentono, ricordano e sperano, ci dobbiamo fidare delle loro espressioni e dei loro comportamenti. Ma i piccoli hanno molto meno controllo di noi anche su questi, quindi studiare sistematicamente l’ipotesi che i bambini ricordino la nascita diventa molto difficile. Bisogna basarsi su aneddoti, osservazioni, supposizioni. Ognuno può farsi la propria idea su queste teorie e, almeno per il momento, non c’è un modo esatto per esculdere con certezza né la loro veridicità né la loro fallacia. Quello che è certo è che, da adulti, non ci rimangono ricordi coscienti né del parto né dei primi tre anni di vita.

Però alcune cose le sappiamo. Sappiamo che il bambino, già in utero, è un piccolo essere umano, con la sua esperienza della vita e le sue memorie. Quindi come un essere umano va trattato.


Tireremmo mai qualcuno per i capelli fuori dal suo letto? Se fosse in pericolo la sua vita, certamente. Ma se fosse invece possibile svegliarlo dolcemente e magari dargli una mano ad alzarsi, non ci sembrerebbe normale fare piuttosto così? Obbligheremmo mai una persona con la tibia fratturata a camminare da sola? Se fosse l’unico modo per farla uscire viva da una pioggia di proiettili, certamente. Ma altrimenti faremmo tutto il possibile per procurarci una sedia a rotelle, una barella, o almeno per portarla in braccio.

Quindi perché prima di prendere positzioni a favore o contro qualsiasi procedura legata al parto (epidurale, induzione, parto in casa), non ci fermiamo un attimo a guardare il bambino? Cosa sappiamo di lui? Che cosa sa lui del mondo?

Qui sontto riportiamo tre fatti appurati che ci danno un’idea di come il bambino possa vivere e ricordare la gravidanza, il parto e le sue prime ore di vita.

1. Il bambino percepisce. E ricorda.

Già in utero il bambino reagisce alla luce, al tatto, al dolore. Sente i suoni del mondo esterno, la voce della madre, e pure le sue budella che gorgogliano. In caso di amniocentesi, quando l’ago si avvicina al bambino, il battito cardiaco aumenta e il feto tende a muoversi in modo da allontanarsi dall’intruso. Questo ci indica che il feto ha un’esperienza della sua vita (oltre a farci passare la voglia di fare l’amniocentesi così, tanto per sapere). Ma non è tutto.

Il bambino ricorda: se leggete quotidianamente la stessa favola a vostro figlio a partire dalla ventesima settimana di gestazione (più o meno), quando nascerà riconoscerà quella storia. Allo stesso modo, se per rilassarvi la sera vi guardate Friends a manetta, il bambino uscirà e si metterà a cantare “I’ll be there for you”. No adesso stiamo esagerando, però la sigla, la riconoscerà benissimo.

Come facciamo a saperlo? Già dagli anni Settanta si usa la tecnica chiamata High Amplitude Sucking Procedure, un nome pomposo per dire che si misura quanto e come ciuccia il pupo. Per farla breve, se il pupo ciuccia velocemente e con grinta, vuol dire che è particolarmente interessato dallo stimolo che gli presentiamo. (Quindi la verità è che, se gli fate ascoltare la sigla di Friends, si metterà a ciucciare come Maggie Simpson.)

La stessa cosa vale per i sapori: i figli di mangiatrici di anice sono i soli a non essere disgustati se gli si mette una gocciolina di succo d’anice sulla bocca.

Quindi quello che succede nella pancia della mamma, accompagna il bambino anche fuori.

2. Il bambino impara dall’esperienza della madre.

Non sono solo le semplici sensazioni a seguire il bambino dall’utero al mondo esterno.

Le situazioni che la madre vive in gravidanza influiscono sullo sviluppo del feto. E non parliamo dell’assunzione di droghe (che – si sa – hanno un impatto deleterio sullo sviluppo del sistema nervoso del bambino). Parliamo di esperienze psicologiche.

Nel 2001, a Manhattan, c’erano molte donne incinte. Dopo i terribili eventi del 11 Settembre, molte di loro hanno sviluppato il disturbo post traumatico da stress, una condizione caratterizzata da un estenuante stato d’allerta continuo (con l’ansia, l’insonnia, gli incubi, la confusione che ne derivano). Questo disturbo è marcato anche da un livello di cortisolo (l’ormone che ritroviamo sempre quando parliamo di stress) particolarmente basso. La cosa stupefacente (o forse no?) è che anche i bambini di queste mamme, specialmente quelli che erano al terzo trimestre al momento dell’attacco alle Torri Gemelle, mostrano questo particolare abbassamento del cortisolo. Questo ci suggerisce che i figli delle madri traumatizzate sanaranno suscettibili a sviluppare il disturbo posttraumatico da stress.

Quindi in un certo sense il bambino impara dall’esperieza della madre. Se guardiamo a questi eventi da un punto di vista evoluzionistico, la cosa non dovrebbe sorprenderci: se un bambino nasce in un ambiente in cui i pericoli sono molti, sarà un enorme vantaggio essere particolarmente reattivi a ogni indizio di pericolo. È vero che a Manhattan poi la vita è continuata relativamente tranquilla e i bambini si sono ritrovati con una ipersensibilità estremamente fastidiosa, limitante e frustrante, ma questa può essere considerata un’eccezione. Nella maggior parte dei casi, l’ambiente in cui vive la madre in gravidanza sarà lo stesso ambiente in cui si troverà a vivere il bambino. È quindi un grande vantaggio iniziare ad apprendere il prima possibile.

3. La memoria a lungo termine funziona.

Salvo rarissime eccezioni, non abbiamo nessun ricordo dei nostri primi tre/quattro anni di vita (amnesia infantile), ma questo non significa che non abbiamo nessuna memoria dell’inizio della nostra vita. Infatti la cosiddetta memoria procedurale funziona fin dalla nascita. Questa è la memoria di cui non siamo completamente coscienti, che registra le cose che impariamo ma non riusciamo a verbalizzare facilmente, come andare in bicicletta o suonare il pianoforte. Questo tipo di memoria si affida molto alla ripetizione (vero che il parto non si ripete, ma la sensazione di benessere e di sicurezza associata con – ad esempio – l’odore della mamma sì) e forma le nostre abitudini e le nostre aspettative. In un certo senso, il fatto che non ne siamo consapevoli, rende il suo effetto sulla nostra vita ancora più potente.

Al di là delle nostre convinzioni sull’importanza del parto, fatti come questi ci mostrano che i bambini hanno una vera e propria esperienza del parto e che una forma di memoria di questo evento ci accompagna in incognito per tutta la vita.

Quindi pensiamoci.

Sul piatto della bilancia, quando facciamo le nostre scelte, insieme al nostro dolore (?), al nostro sacrificio (?), al nostro investimento di tempo e di denaro (?), mettiamoci anche il dolore e il sacrificio di quest’altra persona: nostro figlio.

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3 thoughts on “I bambini ricordano la nascita?

  1. Purtroppo mi sono fermata a “le femministe che reclamano l’epidurale”, e non ho proseguito nella lettura di questo articolo, essendo sufficiente per me questa scempiaggine iniziale.
    Non si capisce come si possa tenere insieme la consapevolezza che i neonati soffrono con lo scherno sulla richiesta di avere diritto a una anestesia per i dolori del parto, che sono i peggiori che un essere umano possa provare.
    Le affermazioni che “è un dolore naturale” (come se esistessero dolori innaturali) e “le donne hanno sempre partorito così” (come se prima dell’età contemporanea non si fosse sempre “fatto così”, non si fosse sempre morti di cancro senza morfina, non si fossero sempre estratti i denti senza anestesia, ecc) non fanno che rimandare all’imperativo del ” partorirai con dolore” come precetto da rispettare a dispetto di qualsiasi razionalità.

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    1. In effetti ti sei fermata ancora prima: il post parla delle “cosidette” femministe, come delle “cosidette” hippy, e ovviamente questo implica che non sia una nostra opinione nè tanto meno un giudizio. C’era della retorica e ci spiace ti sia sfuggita. Il punto è che comunque lo si voglia vivere, per troppe donne (e troppe persone che le assistono) il parto continua a essere un’esperienza principalmente della donna. Ed è un errore. Non è sola. E il problema non è certo che si faccia o meno un’epidurale. Se il tema di parto e femminismo ti appassiona, ne abbiamo scritto qui: https://ilpartopositivo.com/2017/03/07/vogliamo-parlare-di-femminismo-parliamo-di-parto-allora/
      Grazie di esserti presa il tempo di lasciare un commento e se ti va, finisci di leggere il post w torna a dirci cosa ne pensi! A presto.

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