COSA VIENE DOPO IL FEMMINISMO?

Pensieri di una mamma senza figlie, che non sa a chi passare il testimone.

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I miei primi pensieri di genitorialità sono stati (ovviamente) a proposito di una bambina. “Mia figlia potrà fare danza classica e vestirsi da principessa” (eh sí! Questi erano i miei sogni da figlia di post-sessantottina). E poi “Mia figlia potrà uscire fino alle 4 del mattino”, “Mia figlia potrà farsi tutti i piercings che vuole”, “Mia figlia potrà studiare in Australia” e via dicendo. Insomma, questa bambina era una proiezione di me stessa. A lei lasciavo vivere tutto quello che io non potevo.

Quindi da una parte, per fortuna che al suo posto sono arrivati tre bei maschietti: c’è sempre il loro pisellino a mettermi in guardia da parallelismi troppo facili e da identificazioni nefaste. (Perché la cosa a cui tengo di più in tutta questa storia – la mia vita – è non fabbricare mostri con i miei rimpianti*).

Però dall’altra parte proprio mi scoccia di non poter contribuire direttamente a formare le donne di domani, perché abbiamo ancora talmente tanta strada da fare.

Fra chi crede che normalizzare l’allattamento voglia dire essere strafiche mentre il bambino ciuccia, chi si accontenta di lottare per la parità di stipendio, chi crede che costruire asili basti a supportare le famiglie (ne parleremo) c’è tanta buona volontà. Ma brancoliamo ancora nel buio.


Avevo tanta voglia di cimentarmi con la sfida di trasmettere a mia figlia che lo studio e il lavoro sono fantastici, e che la famiglia è meravigliosa. Che l’eccellenza richiede presenza, e che non si può essere in due luoghi nello stesso tempo. Che la lentezza è forse un lusso, ma forse l’unico lusso per cui vale la pena di lottare. Che la libertà ha tanti volti e sta a noi scegliere quello che fa per noi. Che la solitudine è l’altra faccia della libertà. Che il corpo di una donna è bello come un fiore e potente come un leone. Che il corpo di una donna è uno scrigno e un libro aperto. Che l’anima di una donna può reggere il mondo (e farlo crollare).

Non vedevo l’ora di vedere dove lei sarebbe arrivata partendo da qua, da dove l’avrei portata io.

Tutto questo, lo trasmetterò ai miei ometti, certo. E loro andranno nel mondo con il rispetto e la meraviglia per le donne che le donne si meritano. Ma i miei figli non si ritroveranno un giorno ad interrompere un’importante riunione di lavoro per correre in bagno a vomitare, non vedranno il loro corpo trasformarsi sotto ai loro occhi per accogliere e dare la vita, non proveranno il sacro solletichino (quello che sto provando ora mentre scrivo e allatto il piccolo Leo), non si apriranno per far nascere un bambino.

Non spetterà a loro di trovare un equilibrio fra tutto questo e la loro realizzazione personale e professionale.

Posso contare sui miei figli perché sostengano e rispettino le loro compagne, le loro colleghe, le loro amiche. Posso contare su di loro perché contribuiscano a costruire un mondo nel quale ogni donna abbia il suo posto, unico e irripetibile, diverso da quello di ogni singolo uomo ma altrettanto valorizzato.

Ma ai miei figli, il testimone della trinità mamma/compagna/persona non lo posso passare. Avrei tanto voluto vedere dove mia figlia lo avrebbe portato.

I miei figli portano i peluche in fascia
* “Ero un bambino, cioè uno di quei mostri che gli adulti fabbricano con i loro rimpianti.”

Jean Paul Sartre, Le parole, 1964.

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