3 COSE CHE UN GENITORE NON PUÒ NON SAPERE

Tre miti smascherati

Silvia e il piccolo Leo in un laboratorio in università

 

Abbiamo già visto che il parto è come il matrimonio perché non puoi solo sperare che “venga bene”, ma una buona preparazione fa la differenza. C’è un altra cosa che i due eventi hanno in comune: siamo abituati a sentirne parlare alla fine di una storia.

Eppure “Mamma e bambino stanno bene” è altrettanto fuorviante che “E vissero per sempre felici e contenti”. Come il matrimonio, il parto non è nè l’inizio nè la fine. Il giorno del parto, il bambino ha già 38 settimane (circa!… Ne parleremo) e la mamma si è già presa cura di lui per tutto quel tempo. Il giorno del parto mamma e bambino si guardano negli occhi la prima di milioni di volte: inizia la danza di separazioni e ricongiungimenti che li accompagnerà per tutta la vita.

Quindi preparare il parto è importante sì, ma quando l’evento è finito, non si va tutti fuori a bersi uno spritz. Si continua a prendersi cura di quell’esserino, si continua ad imparare da lui, si continua a crescere con lui.

Non c’è un time-out per prepararsi ad essere genitore. Essere genitore inizia subito…anzi è già iniziato il giorno delle due righe rosa. Eppure i corsi preparto (anche se di qualità variabile) esistono da decenni, ma chi prepara le coppie a diventare genitori?

Se siamo fortunate, sono le nostre mamme e le nostre nonne, armate di tanta buona volontà, ma figlie di un tempo in cui industrializzare parto e infanzia sembrava (e in un certo senso, in effetti, era) la soluzione a tutti i dilemmi che una famiglia si trovava ad affrontare.

Spesso le nostre mamme e nonne ci regalano delle vere perle di saggezza, ma altrettanto spesso queste perle sono nascoste in mezzo a credenze e miti* che ormai la scienza ha smascherato da tempo.

Qui vi parliamo di tre frottole sui bambino che sono molto diffuse, e delle quali il genitore del 2015 può sorridere, sicuro che innumerevoli esperimenti robusti e controllati confermano che è il suo istinto ad avere ragione.

#1. I bambini non ricordano nulla.

FALSO.

I bambini non hanno ricordi espliciti dei loro primi tre-quattro anni di vita: questo è vero e si chiama “amnesia infantile”. Però esiste un altro tipo di memoria: la memoria implicita. Non parliamo del subconscio di Freud nè di un concetto più o meno esoterico al quale ognuno può liberamente decidere se credere o meno. Parliamo del tipo di memoria che usiamo per andare in bicicletta: a forza di pratica, il nostro corpo impara cosa fare per pedalare e mantenere l’equilibrio, ma se qualcuno ci chiedesse di mettere in parole la nostra arte, ci troverebbe spiazzati.

Questo tipo di memoria funziona dalla nascita. Fa si che impariamo le sequenze di azioni e fatti che si susseguono sempre uguali. Questo formerà le nostre implicite abitudini. Le nostre aspettative che non sappiamo nemmeno di avere.

Tanto per fare un esempio ricorrente: se rassicuro mio figlio ogni volta che piange, mio figlio impara che quando si è tristi/impauriti/angosciati si può chiedere aiuto e che l’aiuto arriva.

È quasi inutile sottolineare quanto un’aspettativa del genere sia uno strumento potente per andare nella vita a testa alta e a cuore aperto: un antidoto eccezionale contro depressione, ansia, disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.

#2. I bambini ci manipolano.

FALSO.

Fino a quattro anni i bambini manco sanno che noi abbiamo una realtà psicologica tale quale alla loro. Il loro cervello (in particolare la loro neocorteccia) non è ancora abbastanza maturo per concepire l’idea che ogni persona ha i suoi pensieri, le sue aspettative, i suoi desideri.

Quindi se si svegliano mille volte la notte, se ci assillano con i loro “perché”, se ci testano con i loro esperimenti di libertà (“Cosa succede se mi nascondo dietro quel l’albero? E se corro in mezzo alla strada?”), non lo fanno per darci fastidio/farci paura/farci disperare. Lo fanno per capire come funziona il mondo e come funzioniamo noi. “Nothing personal”, come dicono i nostri concittadini inglesi.

#3. Per crescere bambini indipendenti bisogna spingerli fuori dal nido.

FALSO.

Sono i bambini con un attaccamento sicuro ad esplorare di più. Questi bambini hanno almeno una persona che considerano come un “porto sicuro” da cui partire per le loro esplorazioni e a cui ritornare in caso di pericolo/stanchezza/dubbio.

Il porto sicuro è sempre disponibile, non spinge fuori nè trattiene. Semplicemente c’è.

Spingere all’esportazione un bambino che non ne ha voglia, non solo non lo rende indipendente, ma gli rovina il piacere dell’avventura e lo rende meno incline a tornare da voi dovesse incontrare dei problemi.

E i problemi di oggi possono essere un bambino sconosciuto o un giocattolo inquietante, ma i problemi di domani potrebbero chiamarsi bullismo, abuso, droga. Eppure la risposta che i bambini ricevono da noi oggi, diventa la loro aspettativa implicita sulla nostra reazione di domani (vedi #1).

Da chi volete che vada a cercare conforto vostro figlio se qualcuno lo ferisce/gli spezza il cuore/lo umilia? Se la vostra risposta è un accorato “Da me!”, gettate le basi oggi: quando arrivate a casa dei nonni, non spingetelo a giocare con i cugini che non vede da sei mesi. Lasciatelo indugiare nel vostro porto. Due-tre-dieci minuti dopo (quando il serbatoio di fiducia sarà pieno), partirà con gioia da solo. E saprà che potrà sempre tornare da voi in caso di bisogno.

Se volete insegnare l’indipendenza respondabile a vostro figlio, fatevi porto.

Prepararsi alla genitorialità non rende l’essere mamma o papà una passeggiata, né garantisce il successo (anche perché come vogliamo definire il successo sulla pelle dei nostri bambini?). Ma diventare genitori nel 2015 senza sapere queste poche cose è come sperare di poter riciclare l’abito da sposa della Nonna Sarina (o de Nonno Beppino) per le nostre nozze e che ci stia talmente bene da non richiedere nessuna alterazione.

*Per smascherare questi ed altri miti è nato Babybrains: per portare fuori dai laboratori di psicologia sperimentale e neuroscienza quello che oggi si sa sullo sviluppo del bambino dal concepimento al terzo anno di vita. Lo scopo è di fare in mondo che tutti i genitori possano usufruire dei progressi della scienza per essere genitori più efficaci e più felici. I veri destinatari del progetto sono i bambini, che potranno svilupparsi al meglio con maggior serenità.

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