COSA SUCCEDE SE SUCCEDE QUALCOSA?

I rischi del parto in casa.

Google image

Quando dico che ho partorito in casa, la gente in generale pensa che sia stato un incidente. Poi realizza che è stata una scelta ed ecco apparire le facce da poker. Chissà cosa nascondono. Cose del tipo “Ma sei scema???” “Che egoista! Solo per avere un’esperienza forte metti a repentaglio la vita di tuo figlio.” “Ah non ti facevo hippy!”. “Cosa?? Senza epidurale?? Ma chi te lo fa fare??” …immagino. Ma non posso dirlo con certezza.

La sola frase che affiora ogni tanto in superficie è “Ma cosa succede se succede qualcosa?”

Allora mi ritrovo a rassicurare la gente a posteriori con i soliti argomenti main stream: l’ospedale è vicinissimo, le ostetriche sono preparatissime a cogliere ogni minimo segnale di rischio, l’ambulanza è lì pronta. Non ha senso spiegare alle prozie francesi* di mio marito perché sono convinta che un parto in casa metta me e ai miei figli nelle condizioni ottimali per iniziare una buona vita insieme.

Però non hanno tutti i torti queste prozie francesi.

Cosa succede se succede qualcosa?


Lasciatemi rovesciare la frase e iniziare con quel “se succede qualcosa”.

In un certo senso, stare a casa può essere visto come prevenzione di quel famigerato “qualcosa”. Partotire un bambino è un po’ come fare l’amore un po’ come fare la cacca (capite perché non posso spiegarlo alle prozie?): il cervello pensante deve lasciare il timone al cervello automatico, e lui di solito fa molta meno fatica a scendere dal suo piedistallo di capitano se sa che ci lascia in buone mani. Ora dove lascereste voi le vostre cose più preziose? Qual’è il posto a cui solo le persone più fidate hanno accesso? Qual’è il solo posto al mondo dove potete scatenarvi ballando Shakira con le tette al vento?

Ecco, in quello stesso posto lì, sarà più facile ricostruire le condizioni perché travaglio e parto filino via lisci. Quello è il posto in cui il famigerato “qualcosa” ha meno probabilità di succedere.

Per me quel posto si chiama casa (ma ognuna deve porsi la domanda di Shakira e trovare la propria unica risposta.)

In altre parole, invece di aumentare i fattori di rischio e mettermi in condizione di affrontarli (come avrei fatto andando in ospedale) ho preferito eliminare i fattori di rischio in partenza (infatti il tasso di complicazioni per madre e bambino è simile a casa e in ospedale). Ma non ho eliminato il Rischio. Il Rischio, il Fato, la Fortuna…quelli non si eliminano mai. La nostra vita è attaccata ad un filo e un giorno quel filo sarà reciso. Non c’è ospedale né doula che tenga. E il parto è solo l’inizio. Essere genitori ci mette davanti alla caducità della vita con una perentorietà spietata. Non solo noi siamo mortali, ma sono mortali anche i nostri bambini (ma questo è un altro post).

Quindi, che cosa avremmo fatto se fosse successo qualcosa?

In primis, avevo una fiducia assoluta nelle mie ostetriche (sono sempre in due per i parti a domicilio). Quattro occhi sempre discretamente puntati su di me. Quattro mani a mia completa disposizione. Due cervelli preparati, svegli e motivati. Sapevo che ogni indizio di problematicità sarebbe stato preso sul serio e che eventuali decisioni sarebbero state prese con il benessere mio e del mio bambino come unico criterio.

Poi c’era la “cassetta degli attrezzi” delle ostetriche in corridoio e l’ossitocina in frigorifero. Eventuali manovre di emergenza avrebbero potuto essere amministrare nel mio salotto come in sala parto.

E infine sapevo che un’ambulanza non ci avrebbe messo più di dieci minuti a portarci in ospedale. Il fatto che qui a Londra sia lo stesso ospedale che dà la possibilità di partorire a domicilio con le ostetriche del servizio sanitario nazionale mi ha rassicurato molto. Era bello sapere che, in caso di necessità, saremmo arrivati in un luogo familiare per le ostetriche e pronto ad accoglierci benevolmente.

Ma siamo stati fortunati, o meglio, non siamo stati sfortunati. I miei tre bambini ed io siamo stati meravigliosamente normali. E adesso ce ne andiamo nella vita e cresciamo sempre più sani, forti e felici…speranzosamente attaccati a quel delicato, preziosissimo, filo.

#Silvia

* i Francesi sono famosi per il loro amore per medici/ospedali/medicine, per le mamme chic e per i bambini “educati“. Un anno vissuto a Parigi con due figli sotto i tre anni e uno in cantiere mi permettono di confermare che non è solo uno stereotipo (ne parleremo, ne parleremo).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...