A 10 ore dal parto.

 

Kate e William portano a casa la loro piccolina. Nata da 10 ore.

Qui in UK la piccola Royal Baby ha oscurato anche il dibattito politico.

Vederle andare a casa a 10 ore dal parto, come fa ogni mamma sana con un bimbo sano qui, -a parte mettermi di fronte alla insuperabile tragicità dei miei capelli, che quella messa in piega a me non sta neanche appena uscita dal parrucchiere- mi ha fatto ripensare ai 3 giorni passati in ospedale quando è nata la mia bimba. E alle persone con cui li ho condivisi.

7 anni fa, restare in ospedale 3 giorni dopo il parto mi sembrava sensato. Se non altro è stato istruttivo.

Quando sono arrivata, ancora incredula di avere una bimba tra le braccia e che fosse mia, dei sei letti nella stanza solo 2 erano occupati. La bionda accanto alla finestra, quella con l’aria inspiegabilmente fresca e riposata, me la ricordavo dalla sera prima. Eravamo entrate in ospedale insieme verso le 20.00. Il suo bimbo, mi dice, è nato alle 22. La mia alla una e mezza. Del pomeriggio del giorno dopo.

Come avrei presto capito, lei era LaMamma-che-è-tutto-facile.

L’altra ragazza con la faccia incazzatissima guardava, rigorosamente senza prenderla in braccio, una bimba nella cullina che urlava disperata. Avrebbe passato i seguenti due giorni impegnata alternativamente (e a volte contemporaneamente) nelle seguenti attività: lamentarsi del dolore, lamentarsi della bimba che piangeva, lamentarsi dell’assenza di latte. Semplicemente, emetteva lamenti non sempre verbali ma continui, rigorosamente senza prendere in braccio la bambina. Di fronte alle ostetriche che spiegavano come la piccolina avesse bisogno di conforto e di stimolare il seno per produrre il latte lei opponeva un fermo lamentosissimo rifiuto: non la voleva viziare. LaMamma-che-si-rende-tutto-difficile.

Io in mezzo a queste due, cercavo la mia via. Concentrata principalmente sul tagliare il mondo fuori per capire dove cavolo fosse.

Compito reso molto arduo dall’arrivo del terzo soggetto: LaMamma-stressata. “Ma a me un figlio isterico mi doveva capitare?!” la sento dire urlare mentre scuote il bambino cercando, abbastanza ovviamente senza molto successo, di attaccarlo al seno. La suoneria del suo cellulare fa ancora parte dei miei incubi peggiori.

Perché le cose per la prima mamma fossero facili non è un mistero: era al terzo figlio. Maneggiava il piccolino con una disinvoltura che io mi sognavo, terrorizzata com’ero di storcere un braccio o lasciare cadere. A riprova che un po’ di esperienza non guasta per facilitarsi le cose.

Le altre due erano come me: stessa fascia di età, totalmente alle prime armi. Ma ai loro occhi ero io l’aliena: quella serena nonostante la lacrima facile, la cui figlia non piangeva, con montata lattea efficace prima di lasciare l’ospedale. “Ma come fai?” Mi è stato chiesto. A me!? Che sono andata in bagno, sono svenuta e sono venuti a ripescarmi dopo 15 minuti?? Che mi sento morire di fronte all’immane cosa che mi ritrovo tra le braccia!? Però era vero: sembrava che a me le cose venissero almeno un po’ più facili. Se non altro perché sorridevo. E mia figlia non passava la maggior parte del tempo a urlare.

E’ difficile per tutti. E come tutte le cose difficili, quando manca l’esperienza per semplificarle, restano solo due cose da fare: prepararsi, e poi avanzare con calma. Sono questi due elementi che sembrano mancare spesso in molte mamme. E se c’è colpa, non è certo da imputare a quelle mamme. Supportare una donna in quel passaggio delicatissimo in cui diventa mamma sembra un compito che la società non ritiene di avere e che le famiglie spesso traducono in oppressivo controllo. Disinformato supporto.

A me all’inizio è andata bene per mille motivi e senza nessun merito (le ombre sono venute dopo, per strade diverse che non erano quelle della mia bambina), principalmente perché pur senza esserlo credevo di essere pronta. Ho creduto di essere pronta perché da sempre amo leggere e qualche pagina sensata, tra i tanti manuali pratici, mi è passata per le mani. Ho creduto di essere pronta perché ho avuto la fortuna di incappare in una maestra di yoga che mi ha dato dritte intelligenti su come gestire il travaglio in prima persona e non per interposta dottore e stimolato il desiderio di preparare un parto da ricordare.

Mi sono sentita pronta perché avevo accanto un marito e una mamma che mi hanno fatto, ognuno a suo modo, il nido intorno: senza un consiglio, un’interferenza, lasciandomi il tempo e lo spazio di connettermi con la mia bambina.

C’è una sapienza originaria che si riattiva nel diventare mamma. SE la si lascia riattivare. Se noi pretendiamo che ci venga lasciato il tempo di riattivarla, o se qualcuno intorno a noi, più saggio di noi o semplicemente già scottato, ci mette nelle condizioni perché questo accada.

E non è il diritto all’epidurale; non è il corso su quelle 4 regole per un buon allattamento; non è la tecnica per respirare; non è Tracy Hogg e non è Estivill. Non è neanche il mio amato Hypnobirthing, anche se francamente di tutte le cose è quella che ci va più vicino.

E’ qualcosa che viene da dentro: come l’istinto, o in mancanza di quello almeno il buon senso.

Qualcosa che non sia la disinformata disorganizzazione che a volte sembra imperare nel panico delle prime ore quando tutti quelli che dovrebbero farsi da parte e tacere hanno qualcosa da fare e da dire.

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