Figlie del nostro tempo

Se siamo state fortunate, le nostre mamme post-sessantottine (o giù di lì) non ci hanno propinato storie di cavoli e cicogne. Ci hanno raccontato, arrossendo loro malgrado e usando termini come “pisellino” e “patatina”, che la mamma e il papà – come le api e i fiori – si facevano un abbraccio speciale e il seme del papà entrava nella pancia della mamma.

Ma per la maggior parte di noi, un velo letteralmente pietoso è stato steso su come il semino germogliato uscisse di lì. E noi ci siamo ben guardate dal chiedere spiegazioni. Le mamme coi pancioni andavano all’ospedale…e uscivano con un bel bambino. E si sa, gli ospedali sono luoghi misteriosi. I dottori maghi con arcani poteri.

Alla post-sessantottina media – liberata sulla fase del concepimento ma forse non altrettanto sulla fase del parto – mancavano le parole per raccontare alla propria figlia (e anche al proprio figlio, se è per questo… ma concentriamoci sulla figlia per questa volta, visto che sarà lei a ritrovarsi in prima linea) quello che succede in sala parto.

La post-sessantottina media, in sala parto, ha messo la sua vita e la vita di sua figlia in mano ai dottori.

Si è considerata fortunata (e lo era) di essere praticamente sicura di sopravvivere, ha accettato senza batter ciglio di farsi radere là sotto fra una contrazione e l’altra, mentre suo marito scalpitava fumando in sala d’attesa. Ha vissuto l’anestesia peridurale come una liberazione dal dolore e segno tangibile del progresso, “si è riposata” dopo il parto mentre benevole puericultrici si occupavano di sua figlia (se ha fame fuori orario: acqua e zucchero, benvenuta al mondo), ed è tornata a casa con una serie di regole ferree e tabelle orarie volte ad evitare di viziare la neonata.


La post-sessantottina media, come ogni donna, è figlia del suo tempo e ha agito in completa buona fede, per il bene di sua figlia e per il proprio.

Solo che i giorni attorno a un parto così non lasciano ricordi che una ha particolarmente voglia di rivangare e men che meno di condividere. L’inizio della vita rimane una specie di buco nero e quello che conta inizia quando si torna a casa.

Così anche noi, inconsapevolmente ma fortemente, ci aspettiamo un buco nero alla fine della gravidanza. Sappiamo che un bel (?) giorno, verso quella quarantesima settimana che monitoriamo come fosse un allarme innescato, ci recheremo all’ospedale e metteremo la nostra vita e quella di nostro/a figlio/a in mano al personale. Succederà quello che succederà. Loro ne sanno più di noi, sapranno cosa fare.

E poi molto probabilmente usciremo vive dall’ospedale con un/a bambino/a vivo/a nella carrozzina. Guai a chiedersi se le cose potevano andare meglio, se l’umiliazione si poteva evitare, se il dolore fosse necessario, se l’istinto di non staccarci da nostro/a figlio/a e di non mandare a casa il suo papà sia veramente così sbagliato.

Il/la bambino/a è vivo/a. Tu sei viva. Cosa vuoi di più?

Anche noi siamo figlie del nostro tempo, e noi vogliamo di più. Nel 2015, soprattutto alle nostre latitudini, sopravvivere al parto non è uno standard abbastanza alto.

Vogliamo la sicurezza del progresso e vogliamo la forza dell’istinto. Vogliamo che il nostro corpo sopravviva al parto e che la nostra anima si espanda con esso. Vogliamo che nostro/a figlio/a sia vivo/a, ma anche sano/a, forte e felice. Vogliamo essere sane, forti e felici noi stesse.

Vogliamo che il parto sia un atto d’amore, non un passo di delega.

Vogliamo che le prime ore dei nostri bambini siano serene, dolcissime e senza dolore.

E che la nostra famiglia nasca nell’arcobaleno, non in un buco nero.

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