CERVELLI IN SALA PARTO (E ALTROVE) , Pt.2: LA NEOCORTECCIA

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Molto utile sul posto di lavoro, il giorno del parto la parte logica del nostro cervello è un po’ una palla al piede. Come per tutte le palle al piede, il segreto sta nel riuscire a farla muovere senza farsi male. Per fare questo, dobbiamo imparare a conoscerla almeno un po’.

La neocorteccia è lo strato più esterno del cervello, quello che si occupa di cose complicate come l’attenzione, la pianificazione, il linguaggio e la coscienza. È grazie a questa parte che abbiamo prodotto la Divina Commedia, abbiamo elaborato la legge della relatività e costruito il Burj Califa. Più prosaicamente, è questa la parte con cui calcoliamo le rate del mutuo.

Alla neocorteccia piace controllare e capire. Non crede nei miracoli ed è molto diffidente di tutto ciò che a un miracolo assomiglia. La neocorteccia è terrorizzata dal parto, e anche una cosa profonda e radicale come diventare madre non la fa sentire molto bene.


E poi è nervosa. È quella che vi fa iniziare tutte le frasi con “Oddio”. “Oddio ma saranno queste le contrazioni vere?” “Oddio ma c’è tutto nella valigia dell’ospedale?” “Oddio che male!” “Oddio che voce brutta che ho quando urlo.” “Oddio ma cosa penserà mio marito di me?” E così via. Riuscire a far tacere lei è probabilmente la cosa più faticosa del parto. Una volta fatto quello, il resto viene da sé  (non stiamo esagerando. Lo dice pure lui).

Ma come si zittisce una neocorteccia?

La primissima cosa da fare, come sempre quando si tratta di tipe preparate e un tantino pedanti, è ascoltarla e risponderle così si placa: durante la gravidanza – e anche prima – abbiamo tutto il tempo per prepararci. Sarà lei a porci le domande fondamentali sul nostro ruolo di genitori. “Che impatto ha la nascita sulla vita del bambino e della madre?” “Qual’è il modo piu sicuro di partorire?” “Come posso dare il miglior inizio possibile alla vita di mio figlio?” “Di cos’ha bisogno un embrione/feto/neonato?”. Prendendoci prima il tempo di porcele e poi la cura di rispondere a queste domande in modo vero e personale, non solo ci prepariamo ad essere genitori consapevoli (che già non è male), ma mettiamo la neocorteccia a suo agio e le permettiamo di mollare la presa e lasciar lavorare l’altra parte di cervello, quella che gestisce il nostro travaglio (si chiama sistema limbico e ne parleremo) il giorno del parto e che inizia a prepararsi per farlo durante i nove mesi precedenti.

Ma non è tutto. Come per tutto nella vita, non basta sapere per vivere il parto in modo positivo (sarebbe quasi come aspettarsi di diventare Rocco Siffredi leggendo un manuale di anatomia del sistema genitale femminile). Bisogna anche saper fare. Saper partorire è saper spegnere la corteccia: rilassarsi senza dormire, essere in controllo senza essere tese. Qualcosa che culturalmente abbiamo disimparato. E la nostra corteccia è troppo sviluppata per lasciarsi spegnere facilmente. Ci sono delle tecniche antiche come il mondo (ad esempio imparare a respirare nel modo giusto) ed altre più recenti (ad esempio ascoltare CDs con guide al rilassamento), e corsi preparto completi dai nomi un po’ hippy che le fondono e le approfondiscono, che ci servono proprio a questo.

Ecco che i nove mesi di gravidanza si trasformano da lunga e passiva attesa, dolce ma (diciamocelo) pure un po’ snervante, in qualcosa che ci fa riappropriare di parti di noi che non sapevamo neanche di avere; e il parto da qualcosa che dobbiamo subire e in qualche modo superare in qualcosa che possiamo (imparare a) fare noi.

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